La Csr e la Sussidiarietà: una relazione possibile?

C’è prima una premessa da fare con una domanda da porre: la sussidiarietà è un valore ancora oggi?

Il principio di Sussidiarietà si può sposare con la CSR ovvero con il sistema valoriale della Responsabilità Sociale?

Innanzi tutto va definito il Principio di sussidiarietà, e lo traiamo dalla formulazione sintetica così come compare su Wikipedia (non il massimo è evidente, ma la descrizione è funzionale, e ci fa evitare di entrare nel passaggio che oggi sembra d’obbligo di definire sia la sussidiarietà orizzontale sia verticale) e sempre dalla stessa fonte registriamo la definizione di Corporate Social Responsibility  – CSR – o Responsabilità Sociale di Impresa.

 

Il principio di sussidiarietà è un principio che si è progressivamente affermato all’interno di vari ambiti della società moderna e contemporanea, nei quali questa espressione possiede differenti valori semantici a seconda dell’ambito in cui viene utilizzata. In modo generale, la sussidiarietà può essere definita come quel principio regolatore secondo il quale, se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito, l’ente superiore non deve intervenire, ma può eventualmente sostenerne l’azione.

La definizione di C.S.R. ovvero di Responsabilità Sociale di Impresa che è, nel gergo economico e finanziario, l’ambito riguardante le implicazioni di natura etica all’interno della visione strategica d’impresa: è una manifestazione della volontà delle grandi, piccole e medie imprese di gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività.

 

Apparentemente sono due vie che non manifestano tratti comuni: la prima sottolinea la relazione tra enti e della necessità che un Ente superiore non intervenga in presenza di un Ente inferiore capace, anzi lo sostenga.

La seconda, molto vicina all’economia e alla vita delle Imprese, fa memoria di etica nell’agire, e di gestione positiva dell’impatto sociale nelle zone di attività.

 

Il tema della Sostenibilità, ci pare, un punto di sintesi che accomuna le due parole.

Come è possibile infatti ad una realtà territoriale pensare alla propria sostenibilità se nella erogazione di servizi o nel produrre beni, il legislatore o la prassi economica non tengono conto della realtà economica presente?

Come vive una sostenibilità aziendale che induca a un positivo impatto sociale interno ed esterno alla impresa senza valori condivisi, senza positive relazioni con il territorio e riducendo il proprio approccio economico in un solo scambio di dare e avere?

 

La sussidiarietà rafforza la CSR e viceversa, perché l’una e l’altra impongono a qualunque impresa che opera nel territorio un impegno e una fattiva collaborazione con l’ambiente in cui è inserita.

Una decisione aziendale o della P.A., una loro azione che non abbia una visione sussidiaria come può essere costruttiva e capace di tenere presente tutti i fattori che qualificano la buona Governance?

L’operatività dentro l’impresa stessa ha bisogno di una certa dose di “garanzie” fatte di visioni valoriali per progredire e di metodologie utili per un impatto sociale positivo a beneficio di stakeholders e di potenziali interlocutori.

Due esemplificazioni per comprendere meglio.

Immaginiamo un Comune nel suo territorio: ha il privilegio di regolare l’attività di Associazioni o Cooperative, di vari soggetti che operano, ad esempio, per migliorare la vita delle persone e queste ultime dovrebbero trovare nel Comune un sostegno importante ed una garanzia di sostenibilità nel presente e nel futuro.

Ma accade veramente così?

E’ presente nella Amministrazione comunale una concezione sussidiaria che valorizza i suoi stakeholders? Chi opera nella città vede valorizzato il proprio operare ovvero inizia a guardare con sospetto le iniziative di quel Comune che per sue esigenze organizzative intende regolare la vita di queste realtà, impedendo di fatto una libera iniziativa? Quel Comune sente di dover valorizzare le buone prassi attive o preferisce, da dominus intervenire aiutando e finanziando solo quelle realtà che rispondono alla sua logica politica?

Accade invece che l’attuale scenario politico, detta i comportamenti alla P.A., mortifica le realtà locali privilegiando le grosse centrali del sociale “amiche” governare le sue risorse a risultati elettoralmente più interessanti.

Sempre più spesso è la stessa Amministrazione Pubblica che ha la pretesa di intervenire imponendo, attraverso una burocrazia asfissiante, regole complicate alle realtà locali fino a pretendere di Governare l’esistente, ignorando le Imprese (Associazioni, Cooperative, Aggregazioni sociali libere, ecc…) che meno corrispondono alla propria visione politica, privilegiando al contrario le più sensibili ideologicamente al potere che governa. E’ la morte della sussidiarietà, ma pure la fine di una sostenibilità maturata sul campo.

Il potere intende affermarsi tralasciando la sussidiarietà pur prevista dalla Costituzione nell’Articolo 118.

 

E pensiamo anche alla edificazione di un Grande Ipermercato che potrebbe avvenire più facilmente valorizzando le risorse che già operano nel territorio, ne risulterebbe un impatto sociale più gradito.

Così la chiusura dei negozi, in presenza di Ipermercati, fa i conti con l’impossibilità di reggere una concorrenza impari e non v’è cenno di notizie di tentativi da parte delle Grandi Catene Commerciali di coinvolgere le unità locali in processi virtuosi di collaborazione, come ad esempio l’affidamento di certe attività specifiche ai gestori dei negozi, attraverso un’opera di riconversione della attività, interne al Supermercato, attraverso formazione e riimpiego. Un Ipermercato che prevede internamente dei negozi lo si vede, ma la gestione di questi ultimi non è mai frutto di una riconversione premiante le realtà territoriali.

Pensare ad una “economia circolare” anche nella vita commerciale, implica un visione che coglie diversi fattori in campo, con la tensione a valorizzare ogni spunto positivo, ogni risorsa ancora utile, e i gestori dei negozi (in procinto di chiusura…sigh!), hanno una storia commerciale, stakeholders, conoscenza del mercato, ottime relazioni e sono i più edotti della situazione in quel territorio.

Valorizzando loro, il più possibile, si ricostruisce la nervatura di un territorio, evitando la desertificazione delle relazioni.

La mancanza di sussidiarietà fa sì che la piccola realtà deve cedere il passo a quella più grande.

L’assenza di CSR rende l’impresa economica insensibile all’impatto sociale, priva di visione sia all’interno del processo economico sia verso il territorio.

Una società, come quella in cui viviamo, nella sua dimensione economica più sviluppata – lo vediamo negli Stati Uniti – ha privilegiato le multinazionali e i grandi patrimoni, non ha saputo valorizzare le presenza positive attive anche più piccole di dimensione nel territorio e ora deve “pulire la propria coscienza” con energiche azioni di beneficienza e programmi di filantropia.

In Italia, nella povera Italia dal grande deficit economico e strutturale, assistiamo a parate di pubblica beneficenza, fatte per lo più per creare simpatia per chi le fa più che per chi ne beneficia. Siamo sommersi da telefonate utili, da partite del cuore e da telegiornali che inviato alla solidarietà.

Non vediamo all’orizzonte un cambio di rotta culturale che abbia nel principio di sussidiarietà un cardine di libertà economica e nella CSR una metodologia operativa.

 

Bruno Calchera

Direttore Responsabile di CSRoggi

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