La Csr è già politica (e dal basso)

Il rapporto Asvis presentato giovedì scorso evidenzia come, oggi, gli Sdgs siano un concetto affrontabile su un doppio livello. Con una grande e pericolosa confusione. Ma, altresì, con una enorme potenzialità rivoluzionaria. Il primo livello (parlando di approccio, sarebbe un approccio top down) è quello politico, per il quale gli obiettivi dell’Onu rappresentano un target per la polis e, dunque, per chi la governa. Il secondo livello è quello dell’economia reale, cioè dell’attività quotidiana di produzione di valore (approccio bottom up).

DOPPIO PASSO

I due livelli sono parecchio distanti, e quindi nettamente distinguibili, in termini di risultati. Il rapporto di Asvis boccia sonoramente il Paese Italia in quanto a governance nazionale degli Sdgs. Per contro, riconosce che nelle forze del territorio, a cominciare dagli sforzi imprenditoriali, i risultati sono tangibili.

CONFUSIONI PERICOLOSE

Per contro, i due livelli possiedono un intrinseco potere di contaminazione che mette a rischio anche ciò che di buono è stato o può essere raggiunto. Più precisamente, il livello politico rappresenta una pericolosa tentazione per l’azienda. Nella loro fisiologica semplificazione della sostenibilità, infatti, i 17 obiettivi Onu sono stati facilmente abbracciati anche dalle aziende meno sostenibili, alle quali non è parsa vera la scorciatoia di poter vantare politiche di Csr (per di più internazionalmente certificate) proclamandosi, per esempio, attive contro la fame del mondo (si veda l’articolo “Il pericolo di un “Sdgs-washing collettivo“).

INVERSIONE DI DIREZIONE

Ma la contaminazione “politica” può funzionare anche al contrario. Perché, infatti, la spinta sostenibile di un sistema produttivo non si può immaginare alla base di una rifondazione della governance di un Paese? In altre parole, in un approccio bottom up, potrebbe essere il momento di riconoscere il ruolo politico della Csr. Non è una rivoluzione così impensata. Negli ultimi mesi, in occasione di diversi convegni, più di una volta è capitato di ascoltare riflessioni sulla Csr in merito alle direzioni possibili di un Paese che ha ancora una volta abiurato i modelli politici dominanti, ed è in cerca di nuovi orizzonti. Discorsi di accademia, certo, ma che erano il riscontro di studi e analisi su territori dove lo spirito d’impresa (distretti, pmi, artigiani, professionisti) rappresenta spesso il punto di riferimento sociale.

OLTRE LA SINGOLA LEGGE

Il rapporto di Asvis avanza una serie di proposte, necessariamente rivolte alla classe politica. Una riguarda specificatamente le aziende, e chiede di «allargare l’insieme di imprese soggette all’obbligo di rendicontazione non finanziaria, strumento ormai indispensabile per accedere al crescente flusso di investimenti attivati dalla “finanza sostenibile”».

È un passaggio certamente molto significativo, poiché riconosce il ruolo “positivo” e di “motore” al sistema imprenditoriale e, ancor più, a quello finanziario.

Ma uno sbarco politico della Csr non significa solamente promuovere quelle normative (o, in senso più allargato, quell’ambiente) che possano favorire la sostenibilità delle imprese. Il passaggio concettuale dovrebbe essere assai più coraggioso. E invertire, appunto, l’ordine degli addendi: consentire all’impresa stessa di creare le condizioni ottimali (le norme o l’ambiente) alla sostenibilità, e agire in maniera da limitare gli effetti negativi dell’attuale livello di governance politica, per lasciar correre il piano dell’economia reale.

Per rifarsi alle proposte di Asvis, perché non animare di imprese responsabili i comitati interministeriali, le commissioni per lo sviluppo sostenibile, le conferenze menzionate dal rapporto? O, ancor più, perché non costituire questi organismi (o organismi similari) all’interno del sistema delle imprese responsabili? È evidente che tutto questo suona molto provocatorio, e sembra distonico con la separazione del potere economico (l’impresa) da quello amministrativo (lo Stato).

Ma non è quello che avviene con alcuni organismi internazionali (si pensi alla Task Force on Climate-related Financial Disclosures)? Inoltre, è bene cominciare a ragionare su un punto: se un’azienda dovesse impegnarsi in un simile contesto (investendoci cervelli, tempo e risorse) è assai probabile che abbia interiorizzato il proprio ruolo sociale (e il bene dello Stato) molto più di quanto non abbiano dimostrato decenni di classe politica italiana.

Sarebbe la fine della selezione inversa che ha caratterizzato i governanti dell’Italia. Poiché si andrebbe ad attingere, finalmente, a una classe dirigente proveniente da quel livello del sistema che qualche obiettivo sostenibile è stata capace di raggiungerlo.

 

(da ETicaNews del 10 ottobre 2018)

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