Un dato di osservazione interessante: mai come in questo nostro tempo il variegato mondo del Terzo settore va ricevendo attenzioni crescenti in una pluralità di occasioni: festival, incontri e webinar, dibattiti sui social, interventi sulla stampa (vedi in particolare Buone Notizie dell’1 e dell’8 settembre) e altro ancora. Non sempre le prese di posizione sono convergenti, né le proposte avanzate per dare ali al Codice del Terzo settore sono sempre tra loro congruenti. Ma ciò non deve meravigliare, né a maggior ragione preoccupare, perché la cosa importante è che se ne parli. Come darsi allora ragione della vigorosa ripresa di interesse alla tematica del ruolo e del fine degli Ets (Enti di Terzo settore, come oggi vengono chiamati dopo la riforma)?

Certamente la vicenda della pandemia da Covid-19 ci offre una prima risposta. A distanza ormai di parecchi mesi dal 21 febbraio scorso siamo in grado di comprendere che la pressoché esclusiva attenzione rivolta alla dimensione sanitaria e a quella economica ha finito col porre in ombra la dimensione socio-relazionale: la realtà è che le persone soffrono non solamente per il dolore fisico, ma pure per il senso di abbandono e di solitudine che sempre accompagnano l’isolamento forzato. È stata questa una lacuna non secondaria nella gestione della prima fase della crisi.

Compiti e contributi
Il nostro Terzo settore – che non teme confronti a livello internazionale – non è stato minimamente coinvolto nel disegno delle strategie di intervento per offrire il proprio contributo. Quale? In primo luogo il contributo di conoscenza e informazione che solo chi opera sul territorio e per il territorio è capace di offrire. In secondo luogo l’approntamento di veri e propri interventi di «pedagogia sanitaria» e di educazione alla responsabilità, intesa come prendersi cura dell’altro. Sono questi compiti importanti? Sicuramente, perché se le norme imposte non vengono percepite come eque e quindi non vengono interiorizzate dai cittadini non verranno rispettate, nonostante la minaccia di sanzioni di vario genere. È in ciò una delle grandi missioni del Terzo settore, che né lo Stato né il mercato sono in grado di portare a termine in modo adeguato. Un altro fattore esplicativo del fenomeno sopra evidenziato ha a che vedere con l’urgenza di irrobustire la nostra sfera pubblica, malauguratamente lasciata andare nell’ultimo quarantennio.

La crisi della politica
Come noto, mentre la sfera pubblica denota il campo di attività e iniziative dove si coltivano e si pongono a confronto le visioni del mondo, i sistemi di valori, i progetti di lungo periodo che i cittadini sono desiderosi di esprimere, la sfera politica è il luogo in cui quanto emerge dalla sfera pubblica viene tradotto e trasformato in decisione, sulla base di prede- terminate procedure deliberative. La crisi della politica, di cui ormai tutti si lamentano, è in verità la crisi della ragion pubblica, non più capace di alimentare quel pensiero pensante senza il quale la politica si riduce mera amministrazione del consenso e a uno sterile calcolo degli interessi di parte. Ebbene, non v’è chi non veda come ruolo primario del Terzo settore sia proprio quello di contribuire – ovviamente non da solo – a riempire gli enormi buchi della nostra sfera pubblica.

Di un’ulteriore causa del recente risveglio di attenzione nei confronti degli Ets desidero dire. Finalmente si va prendendo atto dell’importante distinzione tra government e governance: le due principali forme di esercizio dell’autorità. Se il government è la forma di autorità cui spetta la decisione finale, la governance concerne piuttosto il modo in cui le decisioni prese vanno implementate per conseguire l’obiettivo desiderato.

Ora, occorre affermare con forza che non esiste ragione al mondo che possa giustificare l’assegnazione della funzione implementativa alla sola burocrazia o ad altri enti pubblici. Ameno di porre in dubbio o addirittura negare quel principio di sussidiarietà che l’articolo 118 della Costituzione ha esplicitamente introdotto nel 2001. I corpi intermedi della società – di cui gli Ets sono massima espressione – devono essere presenti alle fasi della co-progettazione e co-produzione degli interventi.

La mera collaborazione partecipativa del Terzo Settore non consente infatti di dare vita a quel modello di «amministrazione condivisa» di cui parlano da tempo Gregorio Arena e altri. È bene fare memoria di quanto ebbe a scrivere Keynes già nel 1939 in un saggio fondamentale – e perciò poco divulgato – dal titolo rivelatore Democracy and Efficiency: il «welfare democratico»  – come il grande economista amava chiamarlo – avrebbe dovuto consentire ai cittadini, adeguatamente organizzati, di concorrere alla definizione delle modalità di soddisfacimento dei loro bisogni. Altro che paternalismo assistenzialistico!

Infine c’è indispensabile bisogno del Terzo settore per prendere posizione contro la deriva «escludente» del nostro assetto economico. È tristemente noto che il mercato da istituzione economica tendenzialmente inclusiva si è trasformato, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, in istituzione che tende a escludere tutti coloro che, per una ragione o l’altra, non sono in grado di assicurare livelli elevati di produttività. Ci troviamo oggi a fare i conti con una nuova classe sociale, quella dei «surplus people», delle persone in eccesso che diventano «scarti umani», per dirla con papa Francesco.

Il progresso sociale
Ebbene, la benedizione nascosta che il Terzo settore reca con sé è quella di contribuire ad aumentare significativamente il tasso di inclusività economica degli esclusi. O qualcuno può onestamente pensare che per tale compito bastino lo Stato e le imprese for profit? Già nel 1942 Lord Beveridge – l’artefice del modello di welfare state inglese – nel suo L’azione volontaria scriveva: «La formazione di ima buona società non dipende dallo Stato, ma dai cittadini che agiscono individualmente o in libere associazioni. La felicità nelle società in cui viviamo dipende da noi stessi quali cittadini, non dallo strumento del potere politico che chiamiamo Stato. Lo Stato deve incoraggiare l’azione volontaria di ogni specie per il progresso sociale». E si era ancora in tempo di guerra!

Il Terzo settore italiano è ancora, purtroppo, un «Prometeo incatenato» (David Landes). Non si può continuare a tergiversare; bisogna decidere da che parte si intende stare: se continuare con provvedimenti di mera cosmesi e di cloroformizzanti distribuzioni di voucher e bonus oppure adoperarsi per slegare una volta per tutte il nostro Prometeo, per consentirne la fioritura di cui è capace. Se il fine (purpose) che diciamo di perseguire è vincere la paralizzante apatia dell’esistente non penso possano esserci dubbi al riguardo.

di Stefano Zamagni

(da Buone Notizie – L’impresa del bene del 6 ottobre 2020)

 

 

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