Il punto del Direttore

Il lungo periodo di Lockdown si è imposto a tutti. Abbiamo constatato quanto è complesso organizzarsi non solo nel lavoro, ma soprattutto nel vivere quotidiano. Vale sempre la pena ripensare allo sviluppo sostenibile, soprattutto per rileggere l’oggi e il sistema di vita cui siamo abituati.

Lo sviluppo Sostenibile che potrei ridefinire “quello sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare ai propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”.

Come si vede si tratta di un cammino della civiltà degli uomini che vogliono crescere nella conoscenza e nell’uso della materia in modo virtuoso. Un cammino che alla fine lascia un segno: “un testimone” che deve essere afferrato dalla futura generazione.

Provo a fare qualche passo indietro nel tempo.

Il riuso per la gente comune nei secolo passati era la regola.

Ricordiamo i vestiti dei figli che passavano dal figlio/a maggiore al secondo figlio/a.  Ma non erano solo i vestiti. La regola era questa: “non si butta via nulla”!

Gli esempi si sprecano: dal cibo, agli attrezzi di lavoro, all’ingegno nella riparazione, e alla estrema accortezza nel trattare gli elementi naturali: corsi d’acqua, la foresta, gli animali, la stessa vita comunitaria della città.

Un tipo di riuso mi ha sempre colpito studiando Antropologia: le tribù africane e gli indiani d’America.

In Africa il bue e in America il bufalo erano quelle risorse decisive per la vita di ogni tribù. Dell’animale non si buttava via nulla dopo la caccia o la morte (nel caso del bue). Anzi ogni parte degli animali era utile, indispensabile per vivere. Esisteva un sano equilibrio tra necessità e vita di questi, delle persone e relazione con l’ambiente.

Le guerre tra tribù in questi continenti erano accese dalle questioni relative a questi animali.

Si comprende allora l’insensata insistenza dell’uomo bianco di introdurre la agricoltura a questi popoli. Rotto il circolo del riuso è finito un percorso anche educativo per tutti. Persino la creatività del riuso ha avuto un arresto.

Un situazione diversa ma altrettanto ferrea ci giunge dai nostri bisnonni nella loro vita in casa o in fabbrica. A parte gli esempi citati non aveva senso l’acquisto di una cosa nuova se non era manifestamente necessaria, indispensabile per vivere.

Se venivano raddrizzati i chiodi si potevano anche creare gli attrezzi di lavoro.

Il rispetto per la natura, delle stagioni, è sempre stato il contesto in cui operare per vivere.

La civiltà industriale ha cambiato il paradigma del valore delle cose, anche se ha dato tantissime nuove opportunità. Però nel suo progredire nel tempo ha cancellato, ha “consumato” più di ciò che si andava perdendo. Non ha lasciato soprattutto la memoria. La cultura originale.

Il nuovo da acquistare costa di più che l’aggiustarlo. L’energia solare è potente e vincente. Vitale indispensabile evidentemente. La modernità non è nemica dell’uomo.

Però, a ripensarci bene pochi ricordano che la maggior parte delle aziende che fanno i pannelli solari e altri prodotti si trovano in Cina, in India, in paesi in via di sviluppo, e che la produzione energetica è generata dal carbon fossile che è l’inquinante per cui sono stati resi necessari i pannelli solari.

Di qua un beneficio, di là un disastro ecologico.

Facendo lavorare le persone nei paesi in via di sviluppo, da una parte sfruttiamo mano d’opera a basso costo dall’altra però diamo a queste persone e ai loro Paesi l’opportunità di crescere.

C’è un aspetto della Economia Circolare che risulta interessante.

Un oggetto guasto si butta, pensiamo alla stampante rotta o alla lavatrice che non fa più il suo mestiere; l’economia circolare cerca il recupero di questi prodotti per un riuso intelligente.

E’ un fatto culturalmente innovativo.

Durante questi ultimi due mesi di Lockdown si può dire che non era agevole andare a fare la spesa.

Si potevano fare grandi rifornimenti, ma alla lunga il problema si riponeva (fila, peso, assenza di prodotto nel supermercato, surrogati non convincenti, ecc..).

Abbiamo fatto “il cambio di stagione” degli abiti senza acquistare nuovi vestiti (“a pensarci bene …come si fa a fidarsi totalmente di certi prodotti promossi sul Web?”), gli avanzi della tavola a volte andavano bene per il giorno dopo. E andavano bene anche a quelle organizzazioni che provvedevano ai più bisognosi. Le riparazioni del lavandino o della lavatrice ci hanno impegnato per un po’ di tempo, ma abbiamo visto che certe cose le sappiamo fare anche noi; infine mentre facevamo Smart Working abbiamo sbirciato verso i nostri figli per sapere cosa imparavano e quali contenuti erano dettati dall’insegnante, quale era l’attenzione suscitata. Abbiamo infine visto i programmi ministeriali della Scuola e appreso che molte notizie ci giungevano nuove, ma anche che alcune lezioni avevano notevoli buchi in riferimento alla storia e alla letteratura ad esempio.

Sarebbe stato interessante in quel momento ritrovare il nostro Sussidiario delle elementari o qualche testo delle superiori per alcuni argomenti.

Al Covid-19,  a questo tempo di “arresti domiciliari”, dobbiamo anche uno sguardo buono, perché insieme a drammi, tragedie, morti e grandi sofferenze, ci ha dato l’occasione di percepire una essenzialità che la distrazione e l’abitudine ci avevano tolto come percezione del vivere.

L’economia circolare aiuta il riuso e il riuso è una forma intelligente di vivere il rapporto con le cose.

Lo sviluppo sostenibile richiede un passo importante della nostra mentalità e della nostra cultura.

Bruno Calchera
Direttore Responsabile

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