Il ritorno dei mecenati. Dompé: «E’ giusto restituire»

È il ritorno del mecena­tismo. O forse è un mecenati­smo 2.0 che devia radicalmen­te dalla cultura per farsi carico del bisogno sociale (notoria­mente non è un problema di via Monte Napoleone, ma del­le periferie) e che non si rivol­ge alle aziende ma diretta­mente agli individui, alle fami­glie, a chi da Milano ha ricevuto tanto e adesso può «restituire».

Almeno secondo le speranze del sindaco di Mi­lano, Beppe Sala, che giovedì ha lanciato un appello alla grande borghesia cittadina. «Penso sia il momento di risti­molare il mecenatismo mila­nese. Ci sono decine di fami­glie che hanno una dimensio­ne di patrimonio tale per cui, in questo momento storico, potrebbero voler fare qualcosa per la città».

Le grandi famiglie hanno cominciato a rispondere. Il primo è stato Sergio Dompé, presidente della Dompé far­maceutici, uno dei principali gruppi biofarmaceutici italia­ni. Tutto è nato quasi per caso lunedì scorso. Sul volo che li portava a Bruxelles per soste­nere la candidatura di Milano per l’Ema, l’Agenzia del Far­maco. «Ne ho approfittato per chiedere un parere al sindaco – spiega Dompé -.

Mio pa­dre è morto quindici anni fa, milanese doc, innamorato della sua città. Negli anni ’50 e ’60 non c’era la moda di partire per i weekend e mio padre fece realizzare un bellissimo giar­dino dove costruì la sua casa. Con mio fratello e mia sorella avevamo ipotizzato l’idea di venderla ma ci sembrava di tradire la memoria di nostro padre, per questo ho chiesto un consiglio al sindaco». Per­ché l’intenzione di Dompé è quella di mettere a disposizio­ne l’abitazione di suo padre per accogliere anziani e stu­denti che vengono a Milano per studiare. «Un modo per far rivivere i valori in cui aveva creduto e lavorato nostro pa­dre».

La risposta di Sala? «Entu­siastica. Sala è un abile mana­ger e quando c’è la possibilità di portare a casa qualcosa non se le fa sfuggire» sorride Dompé.

Un inizio, un senso di rico­noscenza, chi ha ricevuto tan­to da Milano adesso può «restituire». «Credo sia il mo­mento giusto – continua Dompé -. Ormai c’è un Mo­dello Milano che vede tutte le istituzioni lavorare insieme per il bene della città e del Pae­se. Se Milano e la Lombardia vengono gestite con attenzio­ne come sta succedendo, se la spinta imprenditoriale continua a crescere, penso che il mecenatismo possa tornare ai suoi antichi splendori.

Le grandi famiglie milanesi hanno fatto cose straordinarie per la città. Rizzoli, Invernizzi, Mo­ratti, più recentemente la fa­miglia Rovati con il museo Etrusco. Qualcuno può dare cento, qualcuno può dare uno e tante volte questo uno vale più di cento. È il momento buono per il Paese e tutti noi che abbiamo avuto molto pos­siamo fare qualcosa per la no­stra città».

Quella di Dompé non è una chiamata alla corresponsabilità, tantomeno un appello alle altre grandi famiglie milanesi: «Assolutamente no. Sarei co­me la maestrina che vuole in­segnare qualcosa agli altri. In secondo luogo, ci sono già tante famiglie che hanno fatto molto per Milano. Penso al la­voro di Caprotti. A Ernesto Pel­legrini con il suo ristorante Ruben per i più bisognosi a 1 euro. Siamo in tanti e ognuno fa la sua parte, ognuno cerca di contribuire come può». Certo, il «momento magico» di Mila­no aiuta. «Chi non capisce che è stato fatto un passo avanti evidentemente non vive nel presente. Sono cambiate tante cose — conclude Dompé — rendersene conto e capitaliz­zare tutto ciò senza protagoni­smi e senza presunzione, con umiltà è fondamentale. Ci so­no tante persone che stanno contribuendo, tante spinte che arrivano da tante parti. Nel Paese in generale e in Lombar­dia e a Milano soprattutto».

di Maurizio Giannattasio

(da Corriere della Sera del 30 settembre 2017)

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