Michele Perrino, Presidente e Amministratore Delegato di Medtronic Italia, ci racconta come l’azienda di tecnologie e soluzioni mediche più grande al mondo ha affrontato – e sta ancora affrontando – il periodo di emergenza dovuto alla pandemia da Covid-19.

Dottor Perrino, come state vivendo questo periodo di emergenza all’interno della vostra azienda?

«Fin dal mese di febbraio ci siamo posti tre obiettivi. Il primo è stato quello di salvaguardare la salute di dipendenti, partner e fornitori che lavorano con noi e per noi. Il secondo quello di continuare a garantire il servizio aziendale, la piena operatività aziendale. Il terzo quello di attivarsi per aiutare l’emergenza, offrendo quel contributo che una grande azienda, in una situazione particolare e difficile come questa, deve poter dare».

Come avete attuato l’obiettivo della protezione delle persone?

«Abbiamo agito facendo leva su due elementi fondamentali: la governance e la comunicazione. Dal punto di vista della governance abbiamo da subito attivato delle task-force nazionali e internazionali che ci hanno consentito di gestire la situazione in modo efficace. E abbiamo cercato di spiegare il tutto attraverso una comunicazione chiara, semplice, ma anche ferma e risoluta, come deve essere una comunicazione da emergenza. In questo momento di tragedia siamo riusciti a destare nelle persone che hanno a che fare con Medtronic, a tutti i livelli, un senso di appartenenza unico e speciale, permettendo ai principi fondanti della nostra missione aziendale di “venire fuori” con tutta la loro forza».

Avete dovuto affrontare problemi legati a contagi aziendali?

«L’impatto avuto sulle persone è stato fortunatamente minimo, se contiamo che su 2.500 persone, meno di 10 sono state riscontrate positive al Covid, senza alcuna conseguenza. Consideriamo inoltre che abbiamo circa 700 persone che, sul territorio, hanno continuato a visitare ospedali come e più di prima, entrando quindi in contatto anche con pazienti Covid-19, in terapia intensiva e rianimazione. Abbiamo cercato veramente di garantire a tutti quanti la massima tutela. Credo che su questo primo obiettivo le persone si siano sentite veramente parte di una famiglia che si è presa cura di loro».

Come avete operato, invece, sul secondo obiettivo, quello del mantenimento della piena operatività dell’azienda?

«Abbiamo deciso di non chiudere, anzi, di rilanciare e accelerare. Siamo l’azienda dei ventilatori e della gran parte del materiale utilizzato nei reparti di terapia intensiva e rianimazione. Siamo l’azienda che è inoltre presente in tante altre comorbilità legate al Covid: insufficienza renale, cardiovascolare e tanto altro. Quindi, per noi, il secondo importante obiettivo è stato quello di non fermarci e, alla pari di infermieri e medici, essere presenti lì dove c’era l’emergenza. Inoltre, per quanto riguarda gli uffici di Milano, che occupano circa 300 persone, siamo entrati subito in modalità remote working e questa è stata una bellissima scoperta, perché non immaginavamo che un’azienda così grande potesse essere gestita mantenendo la piena operatività completamente da remoto. A livello di plant produttivi invece – consideriamo che questi sono distribuiti tra Milano e Mirandola, vicino a Modena, in una zona che fin da subito è stata decretata “rossa” – il fatto che nessuno abbia mai nemmeno per un secondo pensato di non lavorare, o avere avuto paura di farlo, dice tanto del senso di appartenenza, ma soprattutto del senso di responsabilità con cui le persone lavorano in questa azienda».

Oltre a non avere chiuso, ci sta dicendo, avete accelerato la vostra produzione. In quale direzione?

«Per quanto riguarda l’emergenza Covid-19, in particolare, ci siamo trovati coinvolti con vari dispositivi da noi prodotti. I primi sono i ventilatori utilizzati in terapia intensiva per pazienti gravi, device che produciamo in Irlanda. Quando ci siamo resi conto che la nostra produzione era insufficiente rispetto alle richieste del momento -provenienti dall’Italia ma anche da molte altre parti del mondo – per prima cosa abbiamo aumentato la nostra produzione: a luglio saremo attorno ai 1.000 ventilatori al mese, quasi dieci volte quella che era la produzione abituale. In secondo luogo abbiamo stretto partnership con varie aziende, circa 15-20 di altri settori che hanno iniziato a produrre i nostri ventilatori. Per quanto riguarda i filtri e circuiti, prodotti a Mirandola, utilizzati nelle terapie intensive e nelle rianimazioni, abbiamo fin dall’inizio dell’emergenza incrementato la produzione di circa il 45%. Sottolineo questo aspetto perché ancora una volta legato ai nostri dipendenti: aumentare la produzione ha significato che, da febbraio e in piena zona rossa, le nostre persone hanno dovuto lavorare 7 giorni su 7 24 ore su 24. Questo è un aspetto di grande rilevanza, perché se non fosse stato così, tali prodotti non sarebbero potuti essere forniti in Italia così come in nessun altro Paese del mondo».

Passiamo al terzo obiettivo: il fare qualcosa per aiutare ad affrontare l’emergenza. Come avete agito in questa direzione?

«Ci siamo subito resi conto che dovevamo metterci a disposizione del Paese – parlo dell’Italia ma questo poi è accaduto anche in altre nazioni – per cercare di aiutare al di là dei nostri servizi. L’abbiamo fatto in tantissimi modi. Quando abbiamo visto che pur aumentando le nostre produzioni non avremmo comunque potuto coprire la grande richiesta del momento, abbiamo pensato di fare la cosa più naturale, cioè rendere disponibile in modalità open source le specifiche di progettazione di un nostro ventilatore polmonare, così che altre aziende potessero farle proprie e iniziarne la produzione. Fino al 2024 questi diritti saranno aperti, senza nessuna compartecipazione agli utili da parte nostra. Abbiamo registrato 90mila download di queste specifiche nel mondo, e in Italia più di mille e ci risulta che circa 15-20 aziende stiano in una fase avanzata di valutazione di tale produzione. Ma ci siamo mossi anche in altre direzioni: nel momento di massima difficoltà a reperirli, abbiamo donato dispositivi di protezione individuale ad ospedali che ne avevano disperato bisogno. Abbiamo inoltre prestato volontariato alla Fiera di Milano: molti nostri tecnici e dipendenti hanno aiutato a installare i ventilatori nel nuovo ospedale. Oltre a questo, abbiamo contattato tante piccole e medie aziende, alcune di queste presenti nel distretto di Mirandola, dove siamo presenti da tempo sia con i nostri siti produttivi, sia come advisor del manifesto siglato tra il Tecnopolo e Fondazione MaverX, con l’obiettivo di promuovere iniziative nel campo della formazione e aiuto alle imprese. Insieme a loro ci siamo resi promotori di una call to action sul distretto a sostegno dell’emergenza nel nostro Paese, dove Medtronic ha messo a disposizione risorse, spazi, competenze, senza chiedere nulla in cambio».

Bello questo desiderio di mettere insieme le forze per creare un fronte comune contro l’emergenza…

«Abbiamo cercato di interpretare il ruolo di grande azienda non come entità che vuole dettare o indirizzare le regole, ma come realtà che vuole mettersi a disposizione con un ruolo inclusivo, di apertura. È questo il ruolo che Medtronic vuole giocare e che attraverso la nostra governance integrata stiamo cercando di intrepretare. Una scelta che porta a un valore incredibile all’interno, perché le organizzazioni di successo sono quelle dove le persone condividono valori fondanti forti e quindi si ritrovano e si riuniscono attorno a questi. Non siamo l’unico esempio, ci sono diverse realtà che stanno sempre più assumendo questo ruolo».

Proviamo a dare uno sguardo al futuro: quale potranno essere gli sviluppi della situazione anche dal punto di vista della vostra azienda?

«Come tante aziende anche noi abbiamo avuto un impatto finanziario negativo. Nel mondo, nel solo trimestre febbraio-marzo-aprile, abbiamo avuto una perdita di fatturato pari a circa il 26%. Stimiamo di avere un impatto comunque negativo nei tre mesi successivi, dopo di che prevediamo un ritorno graduale alla normalità. In generale due sono le cose che vorrei sottolineare. La prima è che come azienda abbiamo fatto la scelta di non ricorrere a nessuno strumento di sostegno esterno, come la cassa integrazione o ferie forzate, ecc. Non potevamo, in un momento così importante e con le persone così impegnate nell’emergenza, pensare a modi per risparmiare. La seconda è che ora in Italia, nonostante la coperta sia un po’ corta per tutti, è tempo di investire, di accelerare. Un’azienda come Medtronic deve cercare di contribuire alla ripartenza del Paese, ed è esattamente quello che stiamo facendo. L’Italia ha bisogno di crescita economica, e il nostro settore healthcare deve rappresentare un punto fermo, su cui far conto. Per questo tra pochi giorni annunceremo il progetto “Open Innovation Lab”, che ha l’obiettivo di sviluppare e promuovere conoscenza, talento e ingegno nel nostro Paese. Abbiamo individuato quattro hub di eccellenza nel medtech, due nel nord e due nel sud Italia, e stiamo lavorando alla loro promozione e sviluppo insieme a università e istituti di ricerca. Una volta avviati, li connetteremo creando il primo caso in Italia di distretto medtech diffuso. Questo significa investire, perché pensiamo che l’Italia e in particolare il medtech ne abbiano davvero bisogno. Siamo ottimisti, l’azienda ha in programma di investire in Italia oltre 18 milioni di euro nei prossimi dodici mesi che si sommano ai 36 milioni di euro già impiegati negli ultimi tre anni».

di Luca Palestra

(da CSRoggi Magazine, anno 5, n.4, Luglio 2020, pag. 8)

Leggi anche:

Il sostegno di Medtronic al progetto Obecity
Medtronic e il volontariato al tempo del Covid-19

 

 

Share This