Il fondamentale ruolo del nostro Paese nello sviluppo del continente africano

Pubblichiamo un sunto dell’intervento di Letizia Moratti, presidente di E4Impact, in occasione del convegno “Africa/Afriche. Educazione e lavoro, trampolini per lo sviluppo”, che ha avuto luogo lo scorso 21 maggio 2018 nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in occasione dell’uscita del nuovo numero di “Atlantide”, periodico online della Fondazione per la Sussidiarietà.

 

L’Africa è un vero e proprio “patrimonio” da valorizzare e un’area del mondo in cui l’Italia e il suo sistema industriale potranno giocare un ruolo chiave e di guida dei futuri sviluppi.

Alcuni fattori faciliteranno più di altri questo ruolo, come ad esempio la prossimità geografica, con la nostra posizione strategica nel Mediterraneo che si unisce a un’affinità culturale che facilita le relazioni di business, ma anche personali tra italiani e africani.

Esiste una sorta di “dividendo di reputazione” che fa sì che l’Italia e l’italianità, nella sua accezione migliore, siano generalmente bene accolti in tutto il continente.

Inoltre, la complementarietà economica: alcuni settori di eccellenza del nostro Paese, penso all’agrifood o alla meccanica ad esempio, sono esattamente quelli in cui l’Africa registra maggiori carenze e allo stesso possibilità di sviluppo.

Ci sono grandi spazi per le nostre imprese in molti settori e partiamo comunque da una base di collaborazione proficua, dato che l’Italia è spesso il primo o tra i primi partner commerciali di molti Paesi africani.

Infine, un potenziamento del già efficace rapporto tra il nostro Paese e l’Africa potrebbe rappresentare un’opportunità di valorizzazione della “diaspora” di questi anni, con la possibilità di un rientro nel continente dei tanti studenti, ma anche lavoratori africani che si sono formati in Italia, conseguendo competenze spendibili anche nei propri Paesi.

Un ruolo rilevante per le aziende italiane
Il ruolo che le imprese private italiane possono giocare in Africa è particolarmente rilevante.
Sono necessari investimenti in grandi opere infrastrutturali e nel settore delle energie rinnovabili, ad esempio, e l’esperienza delle imprese italiane, in collaborazione con soggetti pubblici e privati dei Paesi partner può caratterizzare l’azione italiana rispetto ad altri Paesi, marcando la differenza anche attraverso la creazione di occupazione di qualità basata su trasferimento tecnologico, economia della conoscenza, innovazione e ricerca.

C’è la necessità di costruire filiere responsabili nel settore agroalimentare, penso a prodotti come il cacao, il pomodoro o il latte, aree in cui l’esperienza nell’agrifood delle PMI italiane potrebbe realmente favorire sia la produzione, attraverso partnership con imprese locali e un maggior trasferimento tecnologico, sia – in termini commerciali – con l’apertura di nuovi mercati.

L’obiettivo deve essere quello di creare un modello d’impresa inclusivo, in cui cioè gli interessi dell’azienda e della comunità in cui questa opera non siano divergenti, ma anzi complementari.

Una triplice sostenibilità: economica, ambientale e sociale.

Perciò si parla di creazione di valore condiviso da parte delle imprese italiane in Africa. Un impegno che dovrà servire a favorire le opportunità di crescita e redditività del proprio business aziendale, ma allo stesso tempo aiutare lo sviluppo sostenibile dei territori africani in cui queste imprese andranno a insediarsi o a collaborare, creando occupazione stabile, favorendo partnership con imprese del territorio.

Sono sfide importanti che il settore privato è chiamato a raccogliere nell’interesse proprio in prima battuta, ma anche e soprattutto nell’interesse di queste comunità.

Ci sono le condizioni per una perfetta combinazione di interessi convergenti all’interno della quale possono trovare spazi importanti anche modelli di partenariato che coinvolgano interlocutori interessati, come le Università, ad esempio, chiamate però ad avere un ruolo di formazione pratico e orientato al mondo del lavoro più che alla teoria, ma anche player finanziari, come i fondi di investimento, che mettano al centro della propria idea di investimento un approccio innovativo.

Il nuovo ruolo della Cassa Depositi e Prestiti, quale Istituzione Finanziaria per la Cooperazione allo Sviluppo e in particolare di supporto alle imprese nei vari settori della cooperazione sembra andare proprio in questa direzione.

Infine, in questo quadro di opportunità, crediamo che E4lmpact possa recitare un ruolo di primaria importanza.

Il contributo centrale di E4Impact
Lo spirito che anima la Fondazione è quello di provare a diffondere in 8 Paesi africani il seme del “fare impresa” come risposta alla voglia di rilancio di queste comunità.

La Fondazione E4lmpact, nata da un’iniziativa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore con Securfin, Mapei, Salini-lmpregilo, Bracco, ENI, Associazione Always Africa è orientata allo sviluppo sostenibile delle economie emergenti.

Ecco perché, anche di fronte al messaggio forte e qualificato lanciato dall’Unesco che rimarca l’importanza e la centralità dell’imprenditoria – in particolare con finalità culturali ed educative- quale motore di sviluppo, E4Impact rappresenta realmente uno strumento capace di concorrere a questo sforzo.

Ad oggi, E4Impact ha coivolto oltre 650 giovani imprenditori nei suoi corsi di formazione in Kenya, Uganda, Costa d’Avorio, Sierra Leone e Ghana. Di questi, il 33%-  ovvero un terzo del totale – risultava già titolare di un’azienda, mentre il restante 67% avrebbe voluto fondarne una.

L’occupazione direttamente collegata agli imprenditori formati da E4Impact ha raggiunto le 3.500 unità. Inoltre, E4lmpact ha recentemente avviato insieme all’Agenzia per la cooperazione internazionale un acceleratore di imprese a Nairobi, ponendosi ulteriormente come fattore di crescita e di sviluppo di partenariati con imprese italiane attente all’impatto sociale.

Laddove E4Impact è riuscita a insediarsi e a proporre il suo modello educativo, i risultati ci sono stati, e sono stati del tutto positivi. La formazione fa la differenza, specie oggi, in un mondo ormai globalizzato e caratterizzato da una competitività   crescente.   Disporre di adeguati strumenti culturali anche, e soprattutto in questo caso, di carattere professionale è indispensabile per poter avviare progetti imprenditoriali sostenibili nel tempo e capaci di generare ricchezza e ricadute sociali positive. Senza contare che ognuna di queste imprese è ambasciatrice di una cultura d’impresa che, nel medio-lungo periodo, radicandosi, può determinare una generazione strutturale di sviluppo e crescita economica.

Il Sustainable Economy Forum

Gli scorsi 12 e 13 aprile, si è tenuta a San Patrignano la prima edizione del Sustainable Economy Forum, una due giorni di riflessione e scambio di esperienze fra eminenti imprenditori, economisti, attori sociali, intellettuali, ricercatori.

Gli organizzatori del convegno, San Patrignano e Confindustria, hanno definito una piattaforma progettuale di collaborazione, identificando tre concetti chiave su cui sviluppare un lavoro comune: partenariato privato-privato, inclusione e sviluppo di strumenti di finanza di impatto.

Una parte del progetto prevede il supporto all’imprenditorialità dei Paesi in via di sviluppo attraverso la creazione di un network con i piccoli e medi imprenditori italiani che attraverso meccanismi di tutoriship e mentoring supportino la crescita delle imprese locali, a partire dall’Africa, per un rafforzamento. In questo progetto, Confindustria potrà avvalersi della conoscenza di E4Impact nella formazione degli imprenditori ad alto impatto sociale in Africa.

Abbiamo prima sottolineato proprio l’importanza dell’impatto sociale nelle comunità di appartenenza di queste imprese, io credo che il modello di partenariato proposto al Forum vada esattamente in questa direzione, creando valore aggiunto localmente. E ritengo che il valore aggiunto di E4lmpact sia proprio quello di guidare lo sviluppo del modello attraverso le conoscenze e le capacità costruite in questi anni di lavoro sul territorio africano.

Una crescita autonoma e consapevole
Concludo proponendo una riflessione che riprende quanto ha scritto l’economista zambiana Dambisa Moyo che nel suo “La carità che uccide” ha evidenziato come il mancato sviluppo di molti Paesi africani sia stato una conseguenza di una dipendenza pressoché totale dalle politiche di assistenzialismo. Queste ultime non sono state in grado di favorire una crescita economica autonoma e consapevole. Che, in un’ultima analisi, è l’unica strada percorribile per ridare speranza al meraviglioso continente africano.

 

AFRICA, UN CONTINENTE GIOVANE, ENERGICO E CREATIVO

 

«L’occupazione in Africa oscilla tra la dimensione del problema e quella dell’opportunità, perché rappresenta allo stesso tempo l’elemento più critico nello sviluppo dell’economia di quel continente, ma anche quello di maggior potenziale, se debitamente supportato. Alcuni numeri per inquadrare gli aspetti critici e quelli di opportunità. L’età media in Africa è tra le caratteristiche migliori del continente. Una bassissima età media, nella maggior parte dei Paesi, posizionata al di sotto dei 20 anni di età.

Un continente giovane
L’Africa è quindi un continente giovane, da far crescere, una condizione di assoluto vantaggio nello scenario economico mondiale, un privilegio che non trova somiglianze in nessuna delle altre aree del pianeta, siano esse a nord oppure a sud dell’Equatore. Si stima che al 2050 la popolazione in Africa rad-doppierà la sua quota, un fattore determinante per il destino del mondo, specie se si pensa che alla fine dei prossimi 30 anni la popolazione del continente africano sarà la più grande e la più giovane a livello globale. Il numero di giovani in Africa sarà dieci volte più grande rispetto al numero di giovani nell’Unione Europea, per dare un esempio. Sono invece 29 i milioni di africani che entrano nel mercato del lavoro ogni anno. È un dato impressionante, specie ad esempio se confrontato con il dato degli occupati nel nostro Paese, circa 23 milioni. In Africa ogni anno l’equivalente della forza lavoro di un Paese sviluppato come l’Italia entra nel mercato. D’altra parte, in Africa, il 70% di questi nuovi lavoratori non riesce a trovare lavoro andando a incrementare la quota di lavoro informale del continente, la cui riduzione è forse la sfida più importante dell’economia africana nei prossimi anni.

Energia e creatività
Il tasso di imprenditorialità in Africa è pari al 22%, il più alto al mondo. Un dato che dimostra in maniera evidente l’energia e la creatività, in particolare dei giovani africani. Tuttavia, solo il 44% di questi imprenditori lo è per opportunità, la restante parte è costituita da piccoli imprenditori dell’informale che agiscono in una logica di sussistenza. La stima di crescita delle economie sub-sahariane dal 2015 al  2020 è del 26,3%, un dato che colloca questa area del mondo tra quelle a più alto potenziale al mondo. Una prospettiva positiva, specie se affiancata a un altro importante punto di forza del continente africano cioè la ricchezza di risorse naturali del continente. Un altro vantaggio competitivo non ancora sfruttato a pieno dal sistema industriale ed economico africano. Infine, l’ultimo dato riguarda la disponibilità di terra da coltivare in Africa, stimata in circa il 60% di quella non utilizzata al mondo.

Si tratta di un dato significativamente apprezzabile perché mostra il potenziale sviluppo del settore agricolo nel continente e in una prospettiva più ampia, il margine di soddisfacimento delle richieste alimentari del continente».

di Letizia Moratti

 

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