Riprendiamo volentieri l’articolo di Laura Magni di Standard Ethics – l’Agenzia che assegna il rating di sostenibilità ad Aziende e a Paesi – che ha invertito l’outlook negativo di S.& P. (BBB negativo) che avvicina i titoli italiani alla misura terribile di Carta Straccia.

Il nostro debito pubblico fa paura, non solo a noi, ma a tutti coloro che investono in Italia. Così come la farraginosa burocrazia allontana le Aziende ad investire in Italia (non sono poche quelle che hanno sedi in altri paesi europei, senza che da noi venga avvertito tutto ciò come una avvisaglia di pericolo).

Ma è la sostenibilità che secondo Standard Ethics cambia il verso, cioè la tendenza del nostro rating: il nostro outlook diventa positivo.

“Il miglioramento dell’outlook deriva dal fatto che il Paese sia riuscito ad adottare immediatamente i presidi consigliati dall’Oms, dimostrando una messa a terra di procedure e politiche come il distanziamento sociale molto coraggiose e abbiamo avuto la sensazione che questo dramma potesse rappresentare l’occasione per rivedere processi produttivi e unire il paese di fronte a una sfida comune, avevamo bisogno di ritrovare coesione. Abbiamo rivisto la nostra valutazione in positivo per questo”, dice Schettini Gherardini (direttore di Standard Ethics e docente all’Università di Trieste).

“Nelle aziende è più evidente il passaggio dall’idea in cui sia il singolo a dover stabilire autonomamente i propri obiettivi in termini di impegno ambientale e sociale a una in cui si allinea alle sfide globali in tema ambientale e sociale, mirando ai target indicati dalle istituzioni sovranazionali. È un passaggio storico in cui le aziende assumono una visione sistemica. Gli investitori sono al contrario più indietro su questo fronte”.

“Per esempio quando, prima di marzo, analizzavamo le aziende per misurare quanto fossero allineate sulla gestione delle crisi, emergeva che temi come lo smart working, la gestione da remoto degli organi apicali, cda e assemblea, ma anche l’intercambiabilità delle funzioni aziendali o la dematerializzazione fossero poco comprensibili, seppure inseriti dentro le richieste Ocse. Con la pandemia tutti questi fattori, prima di fatto invisibili, sono emersi nella loro strategicità. A dimostrazione che la moda è una cosa e può essere fuorviante, la realtà è un’altra e non è detto che un singolo, azienda o investitore, sappia fotografarla correttamente. Per queste ragioni, al netto della tragedia umana attuale, la pandemia è una grande opportunità per il Paese, perché accelera cambiamenti strutturali che altrimenti sarebbero rimasti sullo sfondo. E avvia le imprese e il Paese, forse per la prima volta nella nostra storia, realmente verso una reale la sostenibilità”, conclude l’economista.”

 Le riforme introdotte dalle aziende per affrontare la pandemia hanno una natura assolutamente innovativa. Non si tratta solo di processi per rendere salubri ambienti e persone, ma veri e importanti cambiamenti che possiamo definire le riforme con prospettive di stabilità.

Sdoganare ampiamente lo Smart Working  non è cosa da poco – viveva in formato ridotto da più di 20 anni – perché è l’impresa e la P.A. che devono adottare sistemi organizzativi in cui lo S. W. possa dare il massimo di contributo.

La piattaforma di dialogo ha mostrato la propria indispensabilità: persino il prossimo G7 avverrà in teleconferenza. Gli eventi sono sempre più in collegamenti via web.

Lo stesso impegno sociale ha significato una attualizzazione verso un sistema economico più ordinato.

Se da una parte citiamo una positività, dall’altra, proprio guardando la realtà non condividiamo del tutto le considerazioni della articolista. Se si deve guardare la realtà allora va vista per intero.

Fare debito innanzi tutto non è buona cosa: già eravamo critici sulla Legge Finanziaria 2020 impostata totalmente sul debito. Ora con la pandemia e la massa di denaro che sfora il rapporto debito/PIL al 3% , vediamo questa crescita abnorme del nostro indebitamento con preoccupazione.

Avremmo compreso che una fetta delle risorse poteva giungere a chi non lavorava e non percepiva stipendio, ma era auspicabile che le risorse più importanti dovevano giungere proprio a quelle realtà che generano reddito. Tutte le realtà. Piccole e grandi. Alcune categorie sono state dimenticate e le risorse poste in essere sono insignificanti.

Soldi a pioggia non sono mai stati indice di investimento, ma di assistenzialismo.

Lo stesso Reddito di Cittadinanza mostra questo limite brutalmente. Non serve per trovare lavoro.

Elettoralmente si direbbe che si tratta di un pulitissimo “acquisto di voti”. E’ pur vero che molti non ce la fanno, ma vi sono state occasioni in cui i beneficiari potevano essere impiegati in questo tempo di pandemia o di ricostruzione e invece a loro non è stato richiesto/imposto nulla.

Abbiamo battezzato la sostenibilità attuale come “Social Business”.

Non si fa più business senza tener conto del contesto sociale.

Sosteniamo il parere di Schettini per una visione macro economica. E’ realistico pensare che la sostenibilità sarà centrale da questo momento in poi. Lo abbiamo veduto e lo documentiamo nei nostri appuntamenti editoriali, ma registriamo anche la nostra debolezza: davanti alle PMI, agli artigiani, a molti che hanno chiuso bottega non siamo in grado di affermare che questa pandemia è una grande opportunità.

Vediamo un vuoto.

Una assenza di legami. Una grande ingiustizia che lo Stato opera consapevolmente, lasciando indietro e scoraggiando molti che rappresentano una parte sana della nostra economia.

E’ difficile tener conto di tutto e di tutti. Direi impossibile.

Ma l’intelaiatura della P.A.  e del mondo associazionistico di imprese, di professioni, e dei territori precede una utile collaborazione con lo Stato; ora non si può respirare solo evidenti contrasti generati per lo più da diverse appartenenze politiche o da egoismi di bandiera ed altre basse considerazioni.

E’ questo clima che si respira oggi nel passaggio dalla fase 2 alla fase 3.

I soliti contrasti, le assenze di realismo, e la sostenibilità lasciata in un cantone.

Bruno Calchera
Direttore Responsabile

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