Da Prada a Tim, da Generali a Deutsche Bank, da Kpmg a Leroy Merlin, da Edison a L’Oréal passando attraverso Accenture, Ubs, Abb, A2A, solo per fare qualche nome: sono sempre di più i datori di lavoro che «prestano» i dipendenti al volontariato, anche in Italia.

Per qualche ora o per diversi giorni. Con i più disparati obiettivi: pulire boschi, imbiancare edifici, gestire charity shop, far raccolte alimentari ma pure informatizzare le scuole e fornire assistenza legale gratuita. Azioni «socialmente responsabili» che hanno un costo, ma pure un impatto importante sull’azienda: «Migliore reputazione, lavoratori più motivati, migliore produttività commerciale» esemplifica sul suo portale Ciessevi, Centro servizi per il volontariato della città metropolitana di Milano che si occupa, tra l’altro, di facilitare l’incontro tra profit e non profit.

E, insieme a tutto ciò, si trova anche qualche vantaggio più tangibile. Come il beneficio fiscale, per cominciare: chi «presta» il personale (solo gli assunti a tempo indeterminato) a una Onlus può dedurre i costi dal reddito d’impresa. Va detto che non si parla di grosse cifre: non si può superare il cinque per mille della spesa complessiva per prestazioni di lavoro dipendente, un tetto di sicuro non alto.

Un’altra voce che può essere quantificabile è l’acquisizione di soft skill (e non solo). «Se voglio coinvolgere un mio dipendente in un’attività di volontariato che gli permetta di accrescere le competenze, sicuramente posso farlo, risparmiando magari risorse che avrei investito in corsi erogati da società terze» sottolinea Simonetta Candela, responsabile dell’area dedicata al giuslavoro di Clifford Chance. In alcuni casi (e a determinate condizioni) l’arricchimento professionale può pure essere certificato. E si può, poi, mettere in conto il finanziamento pubblico. «Soprattutto a livello locale e regionale ci sono bandi sulla responsabilità sociale che offrono contributi a fondo perduto per progetti tra i quali si può tranquillamente far rientrare l’attività di pro bono organizzata dall’impresa magari insieme a una Onlus — spiega l’esperta —. E si tratta di iniziative che si diffonderanno sempre di più».

Ma se un dipendente si unisce ai volontari della Protezione civile dopo terremoti, come in questi giorni, o per altre emergenze? Ha diritto a mantenere il posto di lavoro e il trattamento economico e previdenziale anche per un periodo lungo (in genere non si superano i 90 giorni all’anno, ma si può arrivare anche a 180 in casi particolari). Mentre la sua azienda può richiedere il rimborso dei compensi versati.

Iolanda Barera

(da Corriere.it del 13 dicembre 2016)

 

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