Gi Group, una multinazionale dal business sociale

«Trattare l’incontro tra aziende e candidati come se fosse esclusivamente il nostro business – dichiara Sara Osti, CSR & Compliance Project Manager di Gi Group – sarebbe estremamente deleterio al fine dei risultati che vogliamo ottenere»

Gi Group, prima multinazionale italiana del lavoro, nonché una delle principali realtà a livello mondiale nei servizi dedicati allo sviluppo del mercato del lavoro, ha origini italiane e casa madre a Milano, a pochi passi dalla Stazione Centrale.

Ci sembra interessante scoprire quale sia l’attenzione prestata da questa azienda, le cui filiali sono distribuite ormai in buona parte del mondo, alle tematiche legate alla CSR e alla sostenibilità. Lo facciamo con l’aiuto di Sara Osti, che di Gi Group è CSR & Compliance Project Manager.

Sara Osti, CSR & Compliance Project Manager di Gi Group

Dottoressa Osti, qual è la strategia CSR di Gi Group?
«La nostra azienda è già di per sé una società orientata, a livello di business, a trattare un argomento fortemente sociale, di impatto fondamentale nella vita delle persone, come è il lavoro. Il nostro primo obiettivo è quello di instaurare un matching corretto tra le persone che stanno cercando un’occupazione e le aziende che stanno cercando lavoratori da inserire nel loro organico. Trattare questo “incontro” come se fosse esclusivamente il nostro business esclusivamente commerciale sarebbe estremamente deleterio al fine dei risultati che vogliamo ottenere. È quindi piuttosto naturale, per un gruppo come il nostro essere sensibile alle tematiche proprie della sostenibilità. È un approccio che ci viene naturale, tant’è che per alcuni versi diventa quasi difficile scindere il nostro lavoro dall’attenzione che rivolgiamo alla comunità in cui operiamo».

Lei ha parlato di “Gruppo”. La strategia di CSR è la stessa ovunque voi siate o si diversifica a seconda del territorio in cui vi trovate a operare?
«Abbiamo un’impostazione di base volta a mantenere il più possibile la coerenza tra la nostra attività professionale e le iniziative di CSR che vogliamo portare avanti. Partendo da questa, il fil rouge che abbiamo scelto di seguire in questi anni con le iniziative a livello globale – come “Destination Work” – è quello del sostegno all’ employability, che è coerente con il nostro lavoro ma si spinge anche al di là. Arriviamo cioè a fornire alle persone che ne hanno bisogno gli strumenti che possano renderle indipendenti nel trovare lavoro. Un’attività che viene adeguata, volta per volta, ai vari Paesi in cui operiamo. Mi vengono in mente i progetti portati avanti in Russia con ragazzi affidati a orfanotrofi, o all’esperienza in UK, dove abbiamo lavorato molto con le scuole e con ragazzi più giovani, non necessariamente pronti a entrare nel mondo del lavoro. In Italia, essendoci la casa madre, la presenza del maggior numero di società del gruppo e quindi anche la possibilità di integrare e far rendere al meglio le competenze dei diversi settori, riusciamo a sviluppare attività ancor più articolate, più approfondite».

Le aree in cui siete più attivi quali sono? Siete attenti più alla persona o al contesto sociale in cui questa è inserita?
«I due aspetti sono tra loro strettamente correlati. Molti progetti sono pensati tenendo presenti le maggiori difficoltà di alcune persone o fasce di popolazione rispetto al tessuto sociale in cui sono inserite. Per cui c’è un’ovvia lettura del contesto che non può essere ignorata, non sarebbe efficace la possibilità di intervento sulla singola persona se non si prendesse in considerazione il contesto globale in cui essa vive. Dalla persona si parte e si va poi a ricadere, si spera positivamente, su alcune situazioni. In questo momento, per coerenza con la nostra attività, non stiamo invece ancora facendo il percorso inverso, di prenderci in carico una situazione più allargata a livello sociale e scendere verso la persona».

La vostra attività di CSR ha riscontri anche all’interno dell’azienda?
«Abbiamo misure di welfare aziendale attive da anni, che puntano a dare un sostegno ai dipendenti sotto diversi aspetti, fornendo la possibilità per esempio di concorrere a spese di asilo nido, scuole materne, attività sportive per i figli… non solo quindi mirate ai singoli dipendenti ma allargati alle loro famiglie. A supporto della nostra attenzione sui temi di welfare e sulla concretezza dell’approccio di attenzione al dipendente di Gi Group, quest’anno ci siamo certificati SA8000 così da fornire un supporto ancora più strutturato a tutto ciò che già esisteva. È un impegno ulteriore, perché nel momento in cui ci si apre alla certificazione ci si mette in gioco fino in fondo».

Dati da voi resi noti rivelano che solo il 7% dei vostri dipendenti ha più di 50 anni, è un caso?
«Il dato riguarda la globalità personale del Gruppo. Per Gi Group spa in particolare, la maggior parte dell’organico è costituito da persone che lavorano in filiale, attività tendenzialmente adatta anche a profili giovani, portatori di entusiasmo, oltre che di competenze, e capaci di relazionarsi con un’utenza che, in Gi Group spa, è costituita per quasi il 50% da persone under 30. Un altro degli aspetti positivi collegato all’attenzione di Gi Group per il dipendente è che negli anni, anche aumentando il volume dell’azienda, che nel frattempo è diventata una multinazionale, si è sempre mostrata grande attenzione alla crescita interna dei percorsi di carriera. Poi è ovvio che si diversifica, se c’è bisogno di fare entrare in azienda profili più senior si cercano profili senior…».

Sul vostro sito sono indicate cinque macroaree di intervento: forza lavoro e diversità, formazione, evoluzione del mercato del lavoro, ambiente e volontariato. Come le affrontate?
«Le cinque aree sono nate con la strutturazione della nostra impalcatura dedicata alla CSR nel 2013-2014 e dall’analisi delle esigenze degli stakeholder che avevamo individuato, partendo soprattutto dagli stakeholder interni. Sono state confermate, con diversi pesi tra l’una e l’altra, negli ultimi anni per incrociare i punti di vista interni aziendali e l’importanza che a questi obiettivi danno i diversi stakeholder esterni. Ci sono aree che coincidono nell’attenzione di entrambi (interni/esterni) e altre che ci poniamo un po’ più come una sfida. L’attenzione all’ambiente, per esempio, non è una nostra primaria necessità perché per nostra fortuna non abbiamo impatti ambientali rilevanti. Anche in quest’ambito riconosciamo però che ci sono azioni che si possono porre e quindi lo stimolo è quello di prestare attenzione alle risorse su cui impattiamo, per prima cosa la riduzione di utilizzo della carta che ci spinge ad andare sempre più verso la digitalizzazione. Un altro passo è quello dell’attenzione all’utilizzo dell’energia per le insegne, ad esempio, che prima erano al neon e adesso sono a led, nell’intento di avvicinarsi all’energia rinnovabile. Senza contare l’utilizzo di energia 100% rinnovabile a cui siamo passati negli ultimi anni».

Le altre aree coincidono maggiormente con la vostra attività…
«Sì, certo. Il nostro approccio al volontariato si esprime sia sotto la forma del volontariato d’azienda, rappresentato dal fil rouge che accomuna il maggior numero di attività per l’employability, sia riguardo le tante iniziative più di nicchia portate avanti, promosse o proposte da singoli dipendenti e che poi coinvolgono altri colleghi. Le aree che riguardano il lavoro, comprese quelle dell’attenzione alla formazione e all’evoluzione del mercato, coincidono in tutto e per tutto alla nostra attività e sono quelle che ci sono maggiormente richieste da stakeholder esterni e interni. In ambito di formazione c’è una complessità che cresce con lo sviluppo dell’azienda e che nasce dalla necessità di allineare tutte le persone presenti sui vari territori. Solo in Italia Gi Group conta più di duecento filiali, più di 1.200 dipendenti. Ovviamente la parte di formazione diventa un veicolo fondamentale per allineare non solo le prassi ma anche i valori».

Si avverte una sensibilità di Gruppo alla sostenibilità?
«Sì, prendiamo ad esempio Destination Work che è l’iniziativa più recente: abbiamo avuto richieste di partecipazione dai componenti del management fino agli stagisti, dal personale di filiale, così come dai colleghi degli uffici della sede centrale, e tutti hanno usato l’occasione per mettersi in gioco, indipendentemente dal tipo di attività lavorativa che svolgono quotidianamente».

Riuscite a comunicare in modo efficiente, all’interno e all’esterno, la vostra attività di CSR?
«Il primo nostro approccio è interno, avviene attraverso la Intranet aziendale, che aiuta a creare e tenere viva la condivisione di questo valore. Poi comunichiamo esternamente, attraverso il sito, i canali social e con il supporto dell’ufficio stampa. A livello di CSR Report abbiamo scelto una veste abbastanza light. Per noi è un documento importante, un biglietto da visita da mostrare alle realtà, pubbliche e private, con cui ci troviamo a operare. Spesso prestiamo attenzione a quelli di altre aziende, anche nostre competitor, perché dal confronto possono sempre scaturire nuove idee, nuove riflessioni».

L’argomento Bcorp vi interessa?
«La sfida che più ci interessa è quella di portare avanti il nostro business, che è un business sociale. In questo ci sentiamo già intrinsecamente una Bcorp, e mettiamo quotidianamente tutta l’attenzione e la passione possibile nel nostro lavoro. Il passaggio formale a Società Benefit è una strada su cui stiamo ragionando».

di Luca Palestra

(da CSRoggi Magazine, anno 3, n.1, Gennaio 2018, pag. 16)

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