“Fare comunicazione” non è solo “fare pubblicità”

L’uomo della strada

 

 

Vivere in un momento di grande trasformazione totale può essere entusiasmante.  Ma può rivelarsi anche  una grossa fatica.

La fatica, ad esempio, di riallineare la conoscenza e la “cultura” al nuovo che è intorno.

Mi sono ritrovato a fare questa riflessione l’altro giorno. Vi racconto il “film”  che ho vissuto.

Ero stato invitato a una conferenza stampa. Una importante casa di prodotti alimentari aveva convocato i giornalisti per annunciare di aver realizzato un prodotto commestibile, di grande consumo, completamente sostenibile.

Ci sono state illustrate varie fasi della ricerca, tutti gli ambiti coinvolti, l’attenzione alla filiera, le varie testimonianze e certificazioni. Insomma una novità di cui essere fieri.

Come è giusto che sia in una conferenza stampa, sono seguite varie domande. Curiosità tecniche, commerciali, organizzative. Alla fine ho posto anche io una domanda: ”Nel vostro interessante piano di lancio di questo nuovo prodotto, avete anche preparato un adeguato piano di comunicazione?”.

Ho cercato di argomentare che essersi preoccupati di realizzare un prodotto sostenibile avrebbe permesso loro di appuntarsi sul petto una medaglia che avrebbe certo accresciuto l’immagine dell’azienda nei confronti del mercato e soprattutto degli stakeholders. Con positive conseguenze commerciali.

Bene. La risposta dell’A.D. è stata lapidaria. “Aspettiamo di vedere i primi risultati di vendita e poi stabiliremo quanta pubblicità fare e come farla”.

Non era il caso di aprire lì un dibattito. Ma mi è apparso evidente come la mia parola “comunicazione” fosse stata tradotta in “pubblicità”.

E voi, attenti e preparati lettori, sapete che c’è un oceano tra le due cose.

Da lì la mia triste riflessione: “Come è difficile far evolvere una vecchia cultura in una nuova!”

Ugo Canonici

 

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