Energia pulita, l’Italia al palo

Una veloce corsa che ha dato buoni risultati. Ora, però, l’atleta si è fermato e, se non riparte in fretta, rischia di perdere tutto il vantaggio acquisito. A competere è l’Italia e il campo sul quale gareggia è quello dell’energia pulita, cui è dedicato il settimo degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu, un traguardo da tagliare entro il 2030 è «l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni» per tutti.

A monitorare la performance del nostro paese è ASviS, l’Alleanza Italiana per Io Sviluppo Sostenibile per la quale Toni Federico coordina il gruppo di lavoro su questo tema. «Dopo il significativo impulso dato alla decarbonizzazione negli anni della crisi, il sistema Italiano ha prodotto negli ultimi quattro anni un sostanziale arresto della velocità di sviluppo». E infatti l’indicatore creato da ASviS, partendo da cento nel 2010, ha toccato l’apice nel 2012 per poi scendere a 98 tre anni dopo.

Nel calcolarlo, le componenti più pesanti sono quelle relative a rinnovabili ed efficienza energetica. E, in questi ambiti, negli ultimi mesi, c’è da registrare più di una novità. Quella più rilevante è il Piano nazionale Integrato per l’Energia ed il Clima che, una volta approvato dall’UE, diventerà giuridicamente vincolante. «Tra questo documento e la Strategia energetica nazionale del precedente esecutivo c’è sostanziale continuità», commenta Federico. «Il Piano punta molto su rinnovabili ed efficienza, con obiettivi che vanno anche oltre quelli UE». Per esempio, nella riduzione del consumi di energia primaria (43% contro 32,9) o nella quota di rinnovabili nei consumi dei trasporti (21,6» contro 14). «L’idea è che le rinnovabili siano sufficienti e i combustibili fossili, il carbone soprattutto, vadano lasciati sottoterra. Per questo, credo che la scelta del Governo sulle trivelle, con una moratoria temporanea sulle nuove esplorazioni, sia un compromesso accettabile».

Per quanto riguarda le emissioni serra, invece, il Piano si pone al di sotto degli standard comunitari, con una riduzione del 37% invece che del 40, dato che, precisa Federico, «verrà ulteriormente aumentato entro l’anno prossimo, in seguito alla conferenza Onu di Katowice».

Ma le rinnovabili in Italia come vanno? Dopo aver raggiunto in anticipo gli obiettivi europei, con una penetrazione del 17% sui consumi complessivi nel 2015, ci siamo fermati e il contributo delle rinnovabili all’energia elettrica è passato dal 37% del 2014 al 33 del 2016. «Ogni anno, servirebbero molti più impianti di quelli che vengono installati oggi Se no, pur avendo una buona posizione di partenza, rischiamo di non rispettare gli accordi di Parigi sul clima». Proprio per questo, il Governo sta lavorando a una riforma del settore. Il progetto, atteso da tempo, lascia l’incentivazione dei piccoli impianti alla sola detrazione fiscale, ma riconosce finalmente i prosumer, cittadini e comunità che non sono solo consumatori, ma anche produttori di energia che può essere commerciata. «Con le dovute modifiche alla rete elettrica e grazie al minori costi dettati dai progresso tecnologico, produrre energia solare potrebbe diventare così conveniente da far aumentare i pannelli sui tetti delle nostre case e far fare al Paese un balzo in avanti decisivo», ipotizza Federico, in attesa che il provvedimento venga approvato e valutato alla prova del fatti.

C’é poi il fronte dell’efficienza energetica. L’Onu chiede di raddoppiarne il tasso annuale di miglioramento entro il 2030. È una prescrizione valida per i Paesi in via di sviluppo, ma irraggiungibile per il nostro. Ciò non vuol dire che non si debba agire. Anzi Secondo Federico, «per ridurre i consumi di energia di origine fossile bisogna concentrarsi sui trasporti e sul riscaldamento civile». In un ambito complesso come quest’ultimo, servirebbero investimenti in nuovi sistemi, pompe di calore e tecnologie di isolamento. «La conferma dell’ecobonus è una notizia positiva ma non certo sufficiente per l’obiettivo emissioni-zero. Servono standard più rigorosi anche per le ristrutturazioni. Senza contare che lo Stato non ha i fondi per il suo enorme patrimonio immobiliare …». Nei trasporti, per l’esperto di ASviS, le scelte sono più semplici, ma non meno impegnative. Accanto a mezzi pubblici e mobilità condivisa, «il futuro è delle auto elettriche a energia rinnovabile». «Sono ancora costose e ci sono questioni da risolvere come le modalità di ricarica. Però gli strumenti ormai ci sono: servono politiche adeguate per diffonderli. E, in tal senso, gli incentivi del Governo sono stati ideati male».

La carbon tax
Infine, c’è la carbon tax, la tassa sull’inquinamento. Lo scorso ottobre il rapporto ASviS ne auspicava l’introduzione anche in Italia. Poche settimane dopo, in Francia, sono esplose le proteste dei gilet gialli, scatenate proprio da un aumento delle imposte sul carburante. Per Federico, «Macron è stato avventato». «La carbon tax è giusta, ma non può essere introdotta senza una riforma fiscale razionale, equa e condivisa o, meno che mai, mettendo le categorie svantaggiate in ulteriore difficoltà. Il rischio, ora, è che ci si nasconda dietro i gilets jaunes per non fare più nulla». Al di là e al di qua delle Alpi.

 

di Paolo Riva

(da BuoneNotizie – L’impresa del bene – Corriere della Sera del 12 febbraio 2019)

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