Maria Chiara Gadda, deputata di Italia viva, è promotrice della legge contro lo spreco alimentare, grande sostenitrice del Terzo settore ed esperta di economia circolare.

Onorevole Gadda, la pandemia ha bloccato l’economia e la preoccupazione ambientalista sembra aver perso priorità. Lei è sostenitrice di un approccio globale e non settoriale del problema. Sono venute meno le ragioni di ripensare il nostro sistema produttivo o la ricostruzione a cui ci accingiamo è un’occasione per ripartire in modo diverso?

«Le conseguenze dell’emergenza epidemica stanno mettendo In evidenza quanto I diversi comparti economici siano Interconnessi sul mercato Interno e globale. Il nostro Paese sconta alcune fragilità, mentre ¡I posizionamento sul mercato Internazionale delle nostre Imprese e gli assetti geopolitici potrebbero mutare con forti implicazioni a livello economico e sociale. Dovremo analizzare quanto di questa emergenza si tramuterà in cambiamento strutturale, ad esempio nelle diverse abitudini di acquisto e di consumo, nei canali di approvvigionamento e di vendita, nella modalità di lavoro. L’invito a “restare a casa”, ci ha fatto riscoprire quanto la qualità del costruito sia connessa al benessere delle persone. L’edilizia, e II sistema produttivo in generale nei diversi settori può trovare nell’economia circolare un nuovo volano di sviluppo, in grado di coniugare sostenibilità economica, ambientale e sociale».

Non si demonizza più la plastica, i dispositivi di protezione personale ne rivelano l’utilità. Forse ora si può dire con meno foga Ideologica che II problema non era la plastica In sé ma come la si smaltiva. Resta però la plastic tax. Lei la abolirebbe?

«Per una vera transizione ecologica servono politiche di sistema. Non slogan di facciata o misure regressive. Altrimenti otterremo l’effetto di aumentare Il divario tra chi può permettersi di investire In sostenibilità, e chi non ne ha i mezzi. Vale per le Imprese e I cittadini. È necessario indirizzare meglio le risorse ma anche abbattere alcune barriere. Burocrazia, accesso al credito, moltiplicazione dei centri di potere. La chiave sta In una cultura della responsabilità e della misurazione dell’Impatto delle attività, nel pubblico come nel privato. Ripensare II modello In ottica circolare significa Includere tutte le fasi, dalla progettazione, alla produzione, al consumo, fino alla destinazione a fine vita, ponendo attenzione alla prevenzione delle esternalità ambientali, e alla realizzazione di nuovo valore sodale sul territorio. Penso a un modello fiscale che non si sostanzi solo di Incentivi a termine, ma che possa premiare la progressione e la qualità degli Interventi. Per questo, fin dall’inizio ho ritenuto la plastic tax una misura discutibile e semplicistica. Verrà spostata al prossimo anno, e spero sia anche occasione per un suo ripensamento».

Lei è la promotrice della legge antispreco e anche delle norme che hanno defiscalizzato le donazioni di merci non solo alimentari (abbigliamento, mobili, giocattoli, materiali per l’edilizia, elettrodomestici, pc, eccetera). In questo ambito, che coinvolge direttamente il Terzo settore, si vede forse più chiaramente il valore sociale dell’economia circolare. Cosa vuol dire che la priorità è la persona e non altri benefici economici che da questa impostazione potrebbero venire al mondo della produzione?

«La legge 166 del 2016, con le sue successive Integrazioni, è la prima legge organica di economia circolare In Italia. I beni In eccedenza possono ritrovare nuova vita attraverso la rete della solidarietà grazie agli enti del Terzo settore, e la responsabilità sociale d’impresa diventa pilastro di questo modello Insieme alla maggiore consapevolezza del cittadini. Pur trattandosi di una legge basata sulla volontarietà, grazie ad adempimenti estremamente semplificati e a fiscalità agevolata, ha ottenuto l’effetto di aumentare le donazioni. L’estensione a un paniere molto ampio di beni è diventata più rilevante In questa fase, dove l’emergenza ha determinato perdita di valore commerciale di molti prodotti e allo stesso tempo I bisogni delle famiglie e degli enti del Terzo settore stessi si sono moltiplicati. Il rinnovato rapporto tra profit e non profit si basa sulla condivisione di competenze, efficienza nel modello organizzativo, e condivisione di responsabilità».

Il blocco economico ha messo in crisi interi settori e molte famiglie. Il termometro di questa crisi è nelle nuove richieste che arrivano alle associazioni di volontariato che distribuiscono cibo. “Taxisti, imbianchini, elettricisti… Tutto il mondo degli artigiani” ha dichiarato il presidente di una di queste. Nella nuova emergenza sociale il Terzo settore è in prima linea, ma non può essere lasciato solo né potrà essere esclusivamente la generosità degli italiani a risolverla. Che fare?

«La generosità dei nostri concittadini è un valore irrinunciabile perché ha anche una valenza culturale, basta osservare i numeri del 5×1000 e delle erogazioni liberali in denaro e in natura effettuate ogni anno da persone fisiche e imprese. La politica ha riconosciuto la necessità di valorizzare questo percorso anche con la riforma del Terzo settore che ha riconosciuto in modo organico sotto il profilo civilistico e fiscale il ruolo degli enti. Questa emergenza ha però determinato un aumento esponenziale dei bisogni, e le associazioni hanno garantito la tenuta sodale nel Paese grazie a oltre cinque milioni di volontari, e un milione di lavoratori. Per questo reputo fondamentale che le misure straordinarie per il Coronavirus includano il Terzo settore, per fare fronte alle spese di gestione e ai maggiori costi sostenuti. Diventa strategico chiudere il cerchio rispetto a tutti i decreti collegati a questa riforma – penso alle risorse del 5×1000 che devono essere erogate con maggiore celerità – e alla piena operatività del registro unico degli enti».

Sviluppo sostenibile, responsabilità sociale delle imprese, pandemia e allarmi inascoltati, globalizzazione come opportunità o come causa della pandemia. Che cosa ci ha insegnato il Coronavirus?

«Sono emerse le fragilità strutturali del nostro sistema, ma anche i settori strategici sui quali puntare sotto il profilo economico e sociale. In questo contesto, solidarietà e sussidiarietà possono diventare strumento di coesione sodale e persino leva di vantaggio competitivo. Ai bisogni e alle aspettative di una società complessa non è più pensabile rispondere con le rendite di posizione altrimenti il divario tra aree geografiche, popolazioni e imprese non potrà che aumentare».

di Ubaldo Casotto

(da CSRoggi Magazine, anno 5, n.2/3, Maggio/Giugno 2020, pag. 48)

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