Secondo me

 

 

 

Due considerazioni (che possono sembrare generiche, ma che si adattano perfettamente al tema di questa Rivista).

  1. Sono anni che, totalmente, convinto, vado sostenendo che per ottenere dei validi risultati, ci voglia la partecipazione di tutti. Oggi molti vanno ripetendo che “solo uniti si vince”, che quello che conta è il lavoro di squadra, che solo in team… Ma poi i comportamenti spesso divergono.
  2. Perché certi comportamenti avvengano naturalmente bisogna che ci vengano insegnati da piccoli. Ma adesso…

E vediamo perché le due affermazioni vanno a braccetto con la Sostenibilità.

Prima considerazione
Non credo di essere il primo che si è accorto che noi ce l’abbiamo nel DNA di avere come centro dell’universo noi stessi. E che quando decidiamo di fare qualche cosa con altri, dopo il primo entusiasmo iniziale in cui ci sentiamo di spaccare il mondo, e lanciamo severi avvertimenti ai passeri, cominciano i distinguo. «Si, ma tu dovevi fare…», «Sono io che lavoro per tutti», «Ritengo che sia preferibile seguire la strategia che suggerisco io», e così all’infinito per arrivare a un inevitabile «Ognuno per sé e Dio per tutti».
E questo lo si può verificare dai gruppi piccoli alle grandi realtà. Quando poi si parla di interessi generali ci ricordiamo tutti che esistono le autorità responsabili e che «è loro compito risolvere», «non possono esserci solo per farci pagare tasse e tributi», «altro che lavorare tutti insieme», e così all’infinito. Salvo poi, se l’autorità interviene, gridare al «ripristino del diritto alla libertà». E tutto questo avviene, vedi caso, anche quando si tratta di sostenibilità.

Avevo sperato che la disponibilità a “fare squadra” avesse trovato una sua credibilità dopo l’incredibile serie di vittorie, di podi più alti e di riconoscimenti mondiali alle nostre squadre che, in questa incredibile estate, hanno strabiliato (e fatto schiattare di invidia) avversari e intere nazioni. Ma sembra che sia stato solo un “momento” di entusiasmo. Davanti a queste realtà non sono capace di suggerire (sommessamente) nessuna indicazione. Riporto solo una frase, che ho letto da qualche parte e che mi ero trascritto dimenticandomi di trascrivere il nome dell’autore): “La responsabilità individuale fa la differenza ed è la condizione di una vera transizione innovativa”.

Seconda considerazione
Qui mi sento di parlare con maggiore preparazione. E inizio riproponendo il racconto, di qualche anno fa, di un amico che lavorava in una grande multinazionale, leader di mercato. «La mia azienda era avanti. E si curava molto dei suoi collaboratori che coinvolgeva in molti modi nella sua vita di impresa. Al punto che aveva lanciato l’idea di premiare eventuali idee e suggerimenti, ovviamente legati all’azienda o alla sua attività, con un riconoscimento in denaro pari a una percentuale del valore del risparmio che si sarebbe ottenuto applicando il suggerimento. L’azienda aveva da poco trasferito i suoi uffici in una nuova struttura, edificata in mezzo al verde. Un grande parallelepipedo, imponente e ben visibile.

Anche di notte, perché tutte le luci venivano lasciate accese. Senza quasi accorgermene mi ritornò alla mente quanto mi diceva mia mamma quando ero piccolo: l’ultimo che esce dalla stanza, spenga la luce. Ero piccolo e quell’invito l’avevo fatto mio. E a me venne spontaneo suggerirlo alla mia azienda. Che lo accettò. Ricevetti i complimenti della direzione e una bella somma che mi fece fregare le mani per un bel po’». Ecco, quando le cose le impari da piccolo ti rimangono.

E ora veniamo alla sostenibilità. Se si decidesse di cominciare a coinvolgere sin da quando sono piccoli (la new generation) coloro che, in fin dei conti, poi dovranno fare quei conti quando saranno cresciuti, probabilmente si troveranno ad assumere comportamenti corretti, quasi senza accorgersene, al momento giusto. E allora, come fare? Non credo che si dovrebbero costringere davanti alla tabella con i 17 gol dell’ONU, o ammorbarli con i racconti delle catastrofi che, inevitabilmente continuando così, si troveranno ad affrontare. Ma coinvolgendoli. Con strumenti di comunicazione adatti a ogni fascia di età con cui si interloquisce. Con inviti a essere di esempio ai loro coetanei (e non solo). Con una guida costante che possa suggerire, ascoltare ed essere di esempio.

Alcuni giovani con cui ho frequentazioni continue mi raccontano ancora, con l’entusiasmo nella voce, di quando hanno partecipato al concerto che Jovanotti aveva organizzato sulle spiagge, che includeva, oltre alle canzoni, un sacco di momenti in cui erano chiamati a fare “cose sostenibili”. Ma credo che l’attenzione e l’adesione all’idea di insegnare sin da piccoli (ma anche ai grandi) che molto spesso basta poco per fare la cosa giusta, possa dare quel contributo del “facciamolo tutti”.

A me piacerebbe tanto, quando vado a passeggio per la via dello shopping, vedere che chi ancora si ostina a fumare, giunto al mozzicone, si avvicini al contenitore per depositare la sua (indistruttibile) cicca, o che altri evitino di lasciare sul marciapiede la bottiglia vuota di plastica per permettere ai passanti di allenarsi a prenderla a calci. Ma si potrebbero fare piccole cose anche a contatto col cibo, negli spostamenti con i mezzi, nel rispetto degli altri… Basta. Tutti i lettori sanno sin troppo bene quali sono i comportamenti giusti, e sono convinti che dovrebbero essere ripresi da tutti. Ma credo che sarebbe bello se si convincessero anche che lo sforzo di diventare costantemente precettori dei più giovani potrebbe essere la chiave di volta per rimettersi la coscienza un po’ più a posto.
Per cui non dimentichiamoci, per esempio, di ricordare, con convinzione, alla fine di una riunione “e l’ultimo spenga la luce!”.

di Ugo Canonici

(da CSRoggi Magazine, anno 6, n.4, Settembre/Ottobre 2021, pag. 82)

 

 

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