Forse abbiamo vinto, ma la nostra è una vittoria di Pirro, cioè una finta vittoria, come quella del re dell’Epiro (foto del busto al museo di Napoli) contro i romani? Oggi la sostenibilità è sulla bocca di tutti, fin troppo, col rischio di logorare il concetto. Ma siamo davvero impegnati su un percorso di sviluppo sostenibile? Ci rendiamo davvero conto delle implicazioni che comporta questa svolta? L’interrogativo è stato posto con lucida chiarezza da Mario Calderini, docente alla School of Management del Politecnico di Milano, in un editoriale su Repubblica dal titolo “La sostenibilità rivoluzionaria”. Ne riportiamo alcuni passaggi.

È iniziata una nuova fase nella lotta per gli obiettivi di sostenibilità ed è molto più cruenta di quella precedente. Emmanuel Faber, che aveva fatto di Danone una delle imprese leader dell’economia sostenibile, è stato spinto a dimettersi per aver sacrificato gli interessi economici dei grandi fondi azionisti a favore degli obiettivi ambientali e sociali. La banca tedesca DekaBank, accusata di aver dato informazioni fuorvianti sull’effettivo raggiungimento di obiettivi ambientali agli investitori, è stata denunciata per greenwashing. I casi di contenzioso sul bilanciamento tra interessi economici, ambientali e sociali si moltiplicano. La sostenibilità comincia a muovere una montagna di soldi e la soave prosopopea che ci ha accompagnati fino ad oggi lascia spazio a uno scontro durissimo. La posta in gioco è alta: scongiurare il rischio che l’aver reso la parola sostenibilità un imperativo si riveli una vittoria di Pirro. Il lavoro di attivisti, politici e intellettuali ha fatto sì che oggi non ci sia programma politico o piano aziendale nel quale la parola sostenibilità non stia al centro. Ottimo, ma il rischio è che aprendo la scatola su cui è scritta la parola sostenibilità la si trovi vuota. Se così fosse, perderemmo tutta la forza trasformativa e generativa di cui avremo bisogno di fronte alle prossime sfide. (…)

Il tema non è tanto quello di promuovere la sostenibilità ma di scegliere tra due esiti possibili: una sostenibilità di maniera, rendicontativa, conservativa, omologante, oppure una generativa, trasformativa, inclusiva e, diciamolo pure, rivoluzionaria. L’esito non è scontato e, purtroppo, oggi i segnali sono a favore della prima ipotesi.

Per motivare la sua denuncia, Calderini porta come esempio

le metriche con cui imprese e finanzieri hanno deciso di misurarsi in campo ambientale e sociale, i criteri Esg. Criteri che, sotto la pressione di standardizzazione e omologazione esercitata dalle grandi società di consulenza e multinazionali rischiano di diventare vuote certificazioni che poco hanno a che fare con la trasformazione valoriale dell’economia.

Al ragionamento del professore del Politecnico si possono opporre diverse obiezioni. Innanzitutto, che l’Agenda 2030, con i suoi Obiettivi, i suoi Target, le sue misurazioni in tutto il mondo, dovrebbe consentirci di valutare se davvero la scatola della sostenibilità (o meglio, come noi preferiamo dire, dello sviluppo sostenibile) si sta riempiendo o rimane vuota. Se parliamo dell’Italia, a costo di apparire autoreferenziali, possiamo far presente che il metodo dell’ASviS, basato su gruppi di lavoro per ciascun Obiettivo di sviluppo sostenibile, formati da esperti che provengono da associazioni aderenti con interessi diversi ma impegnati a trovare e proporre al mondo politico delle soluzioni di sintesi, deve servire proprio a evitare che ci si limiti alle parole vuote. E si può anche aggiungere che per molte imprese non solo la scelta dei criteri Esg (environment, social, governance) rappresenta un effettivo cambio di passo, ma che il principio stesso del profitto, che è alla base del sistema capitalistico, spinge su strade nuove chi ha capito che non c’è futuro e neppure utili per gli azionisti se non si prendono in considerazione le variabili di sostenibilità nelle scelte strategiche.

Sono però risposte parziali, perché al fondo Calderini ha ragione: man mano che si procede a dettagliare le scelte per uno sviluppo sostenibile, queste scelte diventano “cruente” nel senso che metaforicamente incoronano dei vincitori, ma lasciano sul campo morti e feriti. Non potrebbe essere altrimenti, come avviene in tutte le grandi svolte storiche. Occorre quindi avere il coraggio di affrontare quella che egli definisce “una sostenibilità generativa, trasformativa, inclusiva e, diciamolo pure, rivoluzionaria”. In che modo? Possiamo prendere quella di Calderini come una apertura di dibattito, perché nessuno ha risposte certe e anche l’Agenda 2030, come abbiamo più volte detto, è una bussola, ma non ci dà certezze sul mondo del 2030, meno che mai su quello che avverrà oltre quella data.

Quest’anno però il mondo è cambiato. Con lo shock originato dalla pandemia, con il diffondersi della percezione sui rischi della crisi climatica, con la sempre più frequente e diffusa denuncia dell’aumento delle diseguaglianze, delle violazioni dei diritti umani, dei tanti problemi sociali e ambientali sui quali gran parte dell’umanità non progredisce, ci sembra di poter dire che l’opinione pubblica mondiale si è svegliata. Il diffondersi dell’attenzione alla sostenibilità e dei discorsi orientati al futuro ne sono un segno. Molti sono pronti a mettersi in cammino. Benissimo, ma dove andiamo?

(…)

di Donato Speroni

Continua la lettura su asvis.it (26 marzo 2021)

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