Lupo solitario

 

 

 

Un mio amico un po’ di tempo fa, ridendo, mi ha detto: «Io l’automobile la uso soprattutto per tenermi il fantastico parcheggio che ho trovato a fatica sotto casa». Una battuta, certo, ma forse neanche troppo.

Una recente ricerca svolta prendendo spunto dalla realtà di varie grandi città del mondo ha rilevato che, in media, un’automobile trascorre il 95% del suo tempo ferma al lato di una strada, in un parcheggio o in un garage (per chi ha la fortuna di averlo).

Le nostre città sono piene di queste scatole di metallo e plastica – ferme o in movimento – che rendono sempre più brutte e invivibili le nostre vie e condizionano in modo negativo la qualità della nostra vita. I marciapiedi sono sempre più stretti e spesso sono invasi dalle auto in divieto di sosta. I pedoni, anche quelli meno fortunati, come le mamme con le carrozzine, gli anziani, le persone con disabilità sono costretti a zigzagare nel traffico, rischiando la vita ogni volta che devono andare da una parte all’altra di una strada.

Le automobili sono le vere padrone della nostra vita, soprattutto nelle città, e questo strapotere comincia a dare fastidio a molti.

Stuoli di urbanisti, amministratori e sindaci illuminati di città sparse in tutto il mondo stanno mettendo in atto azioni volte a ristabilire un equilibrio rotto da tempo, che forse l’emergenza Covid con il suo lungo e diffuso lockdown – almeno qualcosa di positivo l’ha fatto – ha riportato prepotentemente alla ribalta.

Da Bruxelles a Manchester, da Bogotà a Milano, da Parigi a Città del Messico, da Portland a Melbourne… a tutte le latitudini l’obiettivo dei nostri giorni è quello di promuovere forme di spostamento cittadino “alternative” che contribuiscano a disincentivare l’utilizzo di automobili private.

I modi per farlo sono molti, si parte dallo sviluppo dei mezzi pubblici e si arriva alla creazione di nuove piste ciclabili, passando attraverso la promozione di car sharing e di tutte le altre forme che sono basate su un utilizzo condiviso dei mezzi di trasporto.

Sono tutte scelte che vanno fatte coinvolgendo il mondo industriale – il comparto automobilistico è troppo “pesante” per liquidarlo sui due piedi, serve un’oculata politica di conversione, che permetta di non sacrificare milioni di posti di lavoro – e che devono essere condivise a livello politico.

Da questo secondo punto di vista, ahimè, in Italia siamo sempre speciali. La creazione di piste ciclabili, le zone a traffico limitato, la diminuzione dei parcheggi a vantaggio dei dehors dei locali pubblici – misura che sta trovando la sua massima espressione in questo periodo –, la ricerca di nuovi mezzi di spostamento come i monopattini, che occupano poco spazio e sono praticamente a impatto zero, sono stranamente considerate imposizioni di natura politico-ideologica che mirano a destabilizzare o rendere più complicata la vita dei privati cittadini.

Ma proviamo a immaginare le nostre vie cittadine senza auto, né in movimento (se non poche, lo stretto necessario), né tanto meno parcheggiate. File di alberi, aiuole, piste ciclabili, panchine, parchi giochi per bambini, aree in cui chiacchierare senza dover urlare, e senza correre il rischio di respirare tutte le schifezze espulse dai tubi di scappamento. Sarebbero così destabilizzanti? Così penalizzanti sulla qualità della vita di noi tutti?

(da CSRoggi Magazine, anno 5, n.5, Ottobre 2020, pag. 42)

 

 


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