Dall’altra parte del mare

Lupo solitario

 

 

 

Navi piene di europei in fuga dai loro Paesi, persone disperate, che dopo lunghi e drammatici viaggi nel Mediterraneo, cercano di attraccare nei porti africani.

Quello che oggi appare come uno scenario fantascientifico, in questo momento storico anche un po’ provocatorio, potrebbe forse verificarsi davvero in futuro, forse nemmeno tra troppi anni.

Il “continente nero” è da sempre falcidiato da quanto di peggio si possa pensare: carestie, guerre tribali, invasioni occidentali, tratta di schiavi, lotte di potere tra superpotenze. Una stima del 2015 rivela che nell’Africa Sub-Sahariana un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà estrema, cioè dispone di meno di 1,90 dollari al giorno.

Qui sono concentrati ben 347 dei 702 milioni di poveri del nostro pianeta.

Poveri che sono disposti a sobbarcarsi fatiche e sofferenze di ogni genere, per andarsene in cerca di una vita normale, come le cronache di tutti i giorni raccontano.

Ma qualcosa, anche qui, si sta muovendo. Non è certo un segreto il fatto che in alcune terre africane stiano arrivando vagonate di soldi, portate da ricchi investitori che stanno fiutando grandi affari per il futuro. I cinesi sono sbarcati già da tempo in molti importanti Paesi come Camerun, Angola, Sudan, Zambia, Repubblica del Congo, Etiopia e Kenya. Nel 2018 la Cina si è posizionata come principale partner dell’Africa per il nono anno consecutivo, con 100 miliardi di dollari investiti in un solo anno, che sono serviti, tra l’altro, a costruire 30mila km di autostrade, a muovere 85 milioni di tonnellate di attività portuali, a produrre milioni di litri di acqua potabile e 20mila megawatt di energia pulita ogni giorno. E che, soprattutto, hanno creato la bellezza di 900mila posti di lavoro.

Difficile dire oggi se tutto ciò servirà da opportunità per le popolazioni africane o se si tratta di un nuovo, ennesimo, tentativo di colonialismo, questa volta finanziario e forse per questo ancora più subdolo.

Ma è un dato di fatto che Paesi come il Kenya siano oggi molto avanti dal punto di vista tecnologico, tanto da essere inseriti tra le nazioni più digitalizzate del mondo. Nelle vicinanze di Nairobi sono sorti interi quartieri in cui centinaia di startup sono riunite in centri di innovazione che lavorano per un futuro fatto di banda sempre più larga ed energie sempre più pulite.

Qui ci sono, dicono gli esperti, tutte le condizioni perché si possa sviluppare un’economia moderna, di tipo digitale: una popolazione giovane – giusto l’opposto di quella che vive oggi in Europa, e soprattutto in Italia – un’alfabetizzazione tutto sommato diffusa, al 70%, un tasso di povertà calato, negli ultimi 30 anni, dal 56 al 35%. Un terzo della popolazione kenyota possiede un cellulare e i sistemi di moneta elettronica si stanno espandendo a gran velocità. Uno slancio di innovazione, trainato dalla tecnologia, che sta attirando interesse e investimenti da ogni parte del mondo.

Tutto questo mentre il Digital Economy and Society index (DESI), strumento che controlla le prestazioni degli Stati europei in termini di connettività digitale, rivela che l’Italia è al 25° posto tra i 28 Stati membri dell’UE per livello di digitalizzazione, davanti solo a Grecia, Bulgaria e Romania. Ed è al penultimo posto per quanto riguarda l’uso di Internet.

Per dire che è meglio stare accorti, basta un niente per trovarsi dall’altra parte del mare.

 

(da CSRoggi Magazine, anno 4, n.3, Luglio 2019, pag. 30)

 

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