Da qualche anno l’economia circolare è diventata protagonista quasi indiscussa del dialogo attorno alla sostenibilità delle imprese. Il Piano d’azione europeo del 2015 ha chiaramente segnato il passo in tal senso, dando avvio a un insieme di misure e interventi a supporto dell’evoluzione normativa e degli investimenti in progetti di ricerca e sviluppo.

Tra questi, ad esempio, il coinvolgimento degli stati membri nella revisione della legislazione in tema di gestione dei rifiuti o lo stanziamento di circa 10 milioni di euro complessivi nel periodo 2016-2020, come si legge nel Report della Commissione Europea di marzo 2019. Anche l’Italia si è mossa per favorire la transizione verso sistemi produttivi circolari e il tema si è ampiamente radicato, come dimostrato dalla proliferazione di eventi e di iniziative imprenditoriali.

La dispersione di scarti e rifiuti
È pur vero che, come spesso succede, anche il termine “economia circolare” è talvolta abusato e utilizzato come sinonimo di “sostenibilità”, perdendone di vista le specificità. In primo luogo, l’economia circolare nasce per rispondere al problema ambientale determinato dalla dispersione di scarti e rifiuti ed è pertanto incentrata sullo sviluppo di soluzioni produttive e di consumo che eliminino o riducano questi ultimi.

Questo è l’elemento originale e caratterizzante l’economia circolare, che deve però essere correttamente interpretato: non si tratta di un’estensione dell’idea di riciclo, ma di una proposta ben più ambiziosa in cui scarti e rifiuti non sono da considerare un’inevitabile conseguenza dei processi produttivi, ma diventano essi stessi oggetto di programmazione, progettazione e trasformazione. In tal senso, l’obiettivo deve essere quello di individuare modalità attraverso cui estrarre nuovo valore, piuttosto che minimizzare i costi associati alla gestione e allo smaltimento.

In secondo luogo, l’economia circolare si fonda sull’ottica sistemica, senza la quale diventa difficile – talvolta impossibile – attuare quanto appena discusso: raramente un’impresa può chiudere il ciclo produttivo da sola, in quanto scarti e rifiuti potrebbero non essere utilizzabili negli stessi processi produttivi che li hanno generati; oppure potrebbe essere troppo costoso (in termini economici, ambientali e sociali) recuperarli presso clienti e consumatori; o ancora, le quantità raccolte dalla singola impresa potrebbero non essere sufficienti per coprire il fabbisogno della produzione.

Anche in questo caso, come già accennato precedentemente, l’economia circolare si differenzia da quanto siamo stati abituati a vedere nel caso del riciclo di materiale: non si tratta “semplicemente” di individuare un altro soggetto (o più) che possa ritirare e utilizzare gli scarti e rifiuti, ma avviare collaborazioni che consentano di ripensare e, eventualmente, modificare le caratteristiche degli stessi, così che meglio si adattino ai nuovi processi di trasformazione o alle nuove applicazioni.

Da ultimo, l’economia circolare si caratterizza per un rilevante contenuto innovativo: le esperienze esistenti mettono in evidenza che le tecnologie, gli strumenti e i modelli di business pensati per processi produttivi lineari spesso non sono sufficienti e male si adattano a consentire la transizione verso sistemi circolari.

Del resto, la chiusura del ciclo produttivo è l’anello mancante nell’attuale sistema economico e, per questo, deve essere quasi interamente sviluppata ex novo, aprendo così ampi spazi di ricerca e sviluppo e numerose opportunità di crescita.

Non sempre il modello circolare è il migliore
Ma quindi il modello lineare è da “buttare”, giusto per rimanere in tema? L’introduzione del concetto di economia circolare ha sicuramente messo in evidenza i limiti del modello lineare oggi dominante, lasciando così intravedere nuove modalità di gestione dei processi produttivi più sostenibili, sia perché riducono l’impatto sull’ambiente e sulla qualità della vita, sia perché permettono di aumentare la capacità di estrarre valore dalle risorse e dai prodotti utilizzati.

Tuttavia, almeno nel presente, la transizione verso modelli circolari potrebbe non essere sempre la scelta migliore: esistono dei trade-off da considerare, che lo sviluppo innovativo aiuterà sicuramente a risolvere nel medio-lungo periodo, ma che devono essere comunque valutati per evitare di investire mossi dal pregiudizio.

Questi possono essere classificati in tre macro-categorie: la prima, relativa alla valutazione dell’impatto ambientale; la seconda incentrata sulla struttura dei costi; l’ultima focalizzata sul flusso dei ricavi.

La valutazione dell’impatto ambientale
Partendo dalla valutazione dell’impatto ambientale, la scelta deve essere fatta sulla base del confronto tra l’impatto generato dallo smaltimento di scarti e rifiuti presente nel modello lineare e l’impatto determinato dai processi di recupero e rilavorazione di un sistema circolare.

Così, ad esempio, bisogna essere sicuri che le emissioni inquinanti generate dalle attività di trasformazione di materiali di scarto siano inferiori – a parità di quantità prodotta – rispetto a quelle determinate dalle attività di smaltimento dei materiali stessi.

Ancora, in tema di impatto ambientale, un altro trade-off si impone quando la riduzione o modifica delle risorse utilizzate nei processi produttivi pone rischi di inadeguatezza tecnologica del nuovo prodotto. Si riferisce, ad esempio, ai nuovi materiali meno inquinanti per quanto riguarda i processi produttivi a monte, che però, oggi, presentano problematiche legate alla gestione del fine vita, perché necessitano di nuove tecnologie e infrastrutture adeguate.

La struttura dei costi
Un secondo gruppo di valutazioni deve considerare la struttura dei costi, che può cambiare passando dal modello lineare a quello circolare. Ad esempio, bisogna confrontare l’incidenza dei costi di smaltimento di un processo lineare con quella dei costi della logistica di ritorno e rilavorazione di un modello circolare. Infatti, spesso si sente dire che l’economia circolare offre benefici in quanto riduce i costi associati alla gestione di scarti e rifiuti a fine vita, senza però che tale valutazione sia accompagnata da un’opportuna considerazione dei processi aggiuntivi necessari per permettere un effettivo recupero. Allo stesso modo, è necessario valutare come cambiano i costi nel caso di sostituzione di risorse vergini a favore delle cosiddette “materie prime seconde”: in questo caso, infatti, potrebbe verificarsi che i costi di acquisto diminuiscano, ma aumentino quelli dovuti all’adeguamento dei processi e delle tecnologie, oltre all’eventuale costo associato a una diversa percezione e quindi resistenza dei clienti.

Il flusso dei ricavi
Infine, terza macro-categoria di trade-off cui fare attenzione è relativa ai flussi di ricavo: il passaggio verso modelli circolari, infatti, potrebbe richiedere di operare una scelta tra la vendita di prodotti e la vendita di diritti di utilizzo e servizi annessi. Una tale situazione pone numerose sfide all’impresa, che si trova a dover cambiare le condizioni di scambio con i propri clienti, a far fronte a una maggior incertezza di previsione dell’andamento della domanda e, non da ultimo, a dover ripensare alle relazioni con i propri stakeholder.

Nuove conoscenze, capacità e competenze

Quindi una transizione possibile e desiderabile, ma difficile. Quali capacità e competenze serviranno per sostenere la transizione verso modelli produttivi sempre più circolari? Quanto abbiamo detto fino a qui evidenzia l’importanza dell’innovazione come motore dell’economia circolare e questo comporta necessariamente la capacità da parte di professionisti, manager e organizzazioni di sviluppare e acquisire nuove conoscenze, capacità e competenze. Inoltre, la complessità del tema e i diversi approcci strategici con cui il concetto di circolarità può essere tradotto in pratica richiedono che queste siano continuamente aggiornate, integrate e riconfigurate, così da sostenere i diversi obiettivi e adattarsi alle mutevoli condizioni interne e esterne che l’innovazione necessariamente comporta. Per rispondere a queste esigenze qualche azienda inizia a introdurre figure dedicate – i Circular Economy Manager di cui si sente parlare sempre più spesso – mentre nella maggioranza dei casi oggi la transizione è affidata al manager della sostenibilità. In entrambi i casi, alcune capacità e competenze stanno emergendo come fondamentali per gestire la transizione e garantire il successo delle iniziative di economia circolare.

Network multistakeholder e tecnologie
Tra queste, sicuramente la capacità di creare e gestire network multi-stakeholder sempre più articolati: come detto all’inizio, l’ottica sistemica è fondamentale per favorire l’individuazione di possibili sviluppi alternativi a quelli tipici dei modelli lineari. La collaborazione con partner afferenti a settori produttivi diversi da quelli tradizionalmente presidiati dall’azienda o con attori sociali diversi – istituzioni pubbliche locali, nazionali e internazionali, organizzazioni nonprofit e ONG – è necessaria per ampliare le opportunità di valorizzazione di scarti e rifiuti, ma determina una maggiore complessità attorno all’organizzazione, che deve apprendere le specificità di attività, processi e metodi di lavorazione lontani da quelli propri. Anche le nuove tecnologie rientrano tra le conoscenze e competenze abilitanti la transizione, in quanto, ad esempio, consentono una migliore capacità di pianificazione, progettazione e controllo dei processi produttivi; permettono la tracciabilità di scarti e rifiuti che diventano così più facili da recuperare, analizzare e mettere a disposizione di altri attori per agevolarne l’utilizzo; incrementano la capacità predittiva lungo il ciclo di vita del prodotto, così da favorire interventi mirati e puntuali; o, ancora, sostengono l’interconnessione, sia interna tra le diverse funzioni aziendali e le diverse fasi produttive, sia esterna con partner e stakeholder.

Infine, la gestione della transizione beneficia di conoscenze eterogenee, che sappiano sostenere lo sviluppo di progetti trasversali all’organizzazione e in collaborazione con partner di settori anche molto distanti da quello di riferimento, come poco sopra discusso. La capacità di comunicare e dialogare, di mediare tra i diversi linguaggi tecnici e specifici, di promuovere il trasferimento di competenze e la “cross-fertilization” sono centrali in tutti i progetti innovativi e quindi ben sosterranno la transizione circolare.

di Laura Maria Ferri
Ricercatrice, Facoltà di Scienze Politiche e Sociali e ALTIS,
Università Cattolica del Sacro Cuore

(da CSRoggi Magazine, anno 6, n.3, Maggio/Giugno 2021, pag. 40)

Leggi anche: «Un esordio di successo: l’ascesa dei sustainability-linked bond»

 


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