A parole sono tutti d’accordo. Il capitale sociale italiano è la polizza assicurativa del Paese e il volontariato la spina dorsale della cittadinanza. Il Bene però ha due nemici: il conformismo e l’ipocrisia. E, dunque, troppi falsi alleati. Nel momento in cui Buone Notizie, dopo la pausa estiva, riprende il suo percorso, vorremmo rivolgere al governo e alla maggioranza che lo sostiene una semplice domanda. «Il futuro del Terzo Settore è tra le vostre priorità o lo state soltanto prendendo in giro con false promesse e pacche sulle spalle?». Chiediamo scusa per la brutalità del quesito ma spesso la sintesi estrema è indispensabile alla chiarezza.

Riassumiamo quello che è successo in questi mesi. La pandemia ha aperto ima ferita profonda nella società, rivelato i limiti dell’assistenza pubblica e privata, mostrato la fragilità fisica e sociale delle persone più anziane, allargato l’area della povertà materiale ed educativa. Lo sforzo delle istituzioni è stato rilevante, l’insieme degli aiuti predisposti dal governo ingente – e speriamo efficace – ha interessato anche le tante associazioni del privato sociale. Ma senza l’aiuto del Terzo Settore e del volontariato le sofferenze umane sarebbero state superiori, le solitudini personali maggiormente dolorose, il costo economico ancora più devastante.

Cosa accadrà ora?

L’autunno è alle porte. La preoccupazione, per la diffusione del virus e per le sue pesanti ricadute economiche, cresce ogni giorno che passa. L’universo delle organizzazioni di volontariato è impegnato su più fronti. Molte associazioni affrontano una crisi di donazioni, indebolite dalla recessione e dalla comprensibile convergenza dei finanziamenti su ospedali e ricerca, eppure non riducono il livello del loro servizio. Si fanno in quattro. Il welfare non è solo sanità. È fatto anche di altre cure, sostegni, vicinanze, affetti. Un insieme di gesti solidali che finora ha contributo a garantire un accettabile livello di coesione. Un cuscino sociale, chiamiamolo così, a disposizione della parte più debole del Paese, degli invisibili, dei dimenticati. Se la coesione terrà, se riusciremo a lasciarci alle spalle questo terribile 2020, lo si dovrà anche all’esercito del bene. Una parte del Paese che non chiede soldi pubblici, bonus, sussidi. Certo ha avuto qualche risorsa aggiuntiva, oltre il cinque per mille, ma di soli cento milioni. Per i monopattini se ne sono spesi 120 in incentivi. Ma non importa. Il Terzo Settore si sostiene soprattutto con la generosità degli italiani che non ha eguali al mondo. Le associazioni chiedono altro: considerazione della loro centralità, regole certe, attenzione programmatica.

La legge sul Terzo Settore, varata dal governo Renzi, una buona legge, è in gran parte inattuata. Non è ancora stato emanato il decreto sul Registro unico (Runts) senza il quale gli statuti già approvati restano sospesi. Non è stata ancora inviata la richiesta di autorizzazione alla Commissione europea per le disposizioni fiscali previste dai Codice del Terzo Settore. La ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, non ha mai conferito ai suoi vice la delega necessaria, salvo quella, limitata all’impresa sociale, al grillino Stanislao Di Piazza. La legge che istituisce la lotteria filantropica, da tempo approvata, attende un decreto attuativo. Se fosse già operativa avremmo convogliato donazioni private (non soldi pubblici) a favore del bene comune e delle necessità di chi ha più bisogno.

Le risorse

Questa disattenzione, al limite della sciatteria, mette in luce una quantità di pregiudizi nei confronti del privato sociale che, ahinoi, i Cinque Stelle sono riusciti a trasferire anche al Pd. Ovvero: l’idea di fondo che sia il terreno sul quale si esercita ima carità pelosa di famiglie abbienti e imprese desiderose di farsi perdonare chissà quale inadempienza se non delitto. Un’attività che il principio di sussidiarietà sottrae colpevolmente all’invadenza della politica e che, nel magico mondo ideale dei grillini, dovrebbe essere esercitata in esclusiva dallo Stato. Unico titolare del bene comune. Un pregiudizio non guidato da interessi di parte (come quelli che contrastarono a suo tempo l’istituzione delle Onlus con il progetto di Stefano Zamagni), piuttosto una diffidenza alimentata da scarse conoscenze e superficialità. Nei confronti della vasta e benemerita presenza cattolica si consuma poi un radicato sospetto, in fondo autoritario, del tutto simile a quello ben più visibile nei confronti della scuola privata. Stupisce l’accondiscendenza degli altri partner di governo, nonostante il Pd abbia dato la delega al Terzo Settore a una persona capace come Stefano Lepri.

Ma non c’è solo questo. C’è dell’altro e riguarda l’intera economia e, soprattutto, la nostra capacità nell’impiegare le risorse europee. Mentre noi non abbiamo alcuna vera delega sull’argomento, nella Commissione von der Leyen, c’è un commissario con una delega speciale all’economia sociale, il lussemburghese Nicholas Schmit. L’Action plan for social economy è parte costitutiva e qualificante della politica dell’esecutivo di Bruxelles. La distribuzione dei fondi di coesione, nel bilancio europeo 2021-27, sarà determinata dall’impegno dei Paesi membri in questa direzione. La credibilità degli investimenti che l’Italia proporrà, all’interno di Next Generation Eu, sarà legata alla capacità di promuovere interventi a favore della sostenibilità ambientale e sociale. Dimenticarsi delle tante associazioni di volontariato, che già lavorano su questo fronte, non è solo miope ma persino suicida.

di Ferruccio de Bortoli

(da Buone Notizie – L’impresa del bene del 1 settembre 2020)

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