Bumobee: progetto di Ca’ Foscari e Regione Veneto per diventare Società Benefit

Economia, pianeta, società. Trenta luci a Nordest

Dimenticare i capannoni nel Nordest degli Anni ‘8o e tornare alle origini di un’imprenditorialità vicina e attenta al territorio, che a metà Ottocento ha inventato la finanza sociale con le banche cooperative e le casse di risparmio (la prima a Padova nel 1860) e ha portato alla nascita di Banca Popolare Etica nei 1998, sempre a Padova.

Ripercorrendo il solco lasciato – per citare l’esempio più emblematico – dal Lanificio Rossi (poi abbreviato in «Lanerossi»), la maggiore industria tessile dell’Italia sin dal primo Ottocento che nel centino portò occupazione, ma anche i quartieri operai, i dopolavoro e le opere sociali. Una «Olivetti» del Veneto, che un progetto oggi ambizioso riesce a declinare in chiave attuale e su scala più piccola per «aggiornare» i modello veneto di relazione tra impresa e territorio. Come? Aiutando le Pmi a essere impresa nell’epoca della sostenibilità, della Csr e del bilancio sociale, un progetto si chiama «Bumobee» che sta per «Business Models for Benefit Enterprises».

Promosso dalla Fondazione Università Ca’ Foscari e sostenuto dalla Regione Veneto, mira a integrare nei modelli di business e nell’organizzazione delle Pmi il valore sociale e l’impatto generato sulle persone, l’ambiente, il territorio e la comunità. «Le imprese venete hanno sempre avuto nel Dna il tegame con il territorio. Poi c’è stata una sorta di dimenticanza…», dice Fabrizio Panozzo, docente al Dipartimento di Management in Ca’ Foscari e responsabile scientifico di BumoBee. Entrato nel vivo in febbraio, il progetto conta sulla collaborazione dell’associazione di piccole imprese Apindustria Servizi e della società di consulenza Nativa, essa stessa una Società Benefit.

Le imprese che fanno parte del progetto sono trenta. E hanno aderito perché fanno – o vogliono fare – dell’innovazione sociale un elemento distintivo del proprio modo di pensare e di fare impresa. Che cosa succederà ora? «Saranno accompagnate nella misurazione dell’impatto e nella trasformazione di questa scelta in fattore competitivo», sintetizza Panozzo. In pratica, riceveranno consulenza e formazione (che di solito si paga, ma in questo caso è finanziata dalla Regione attraverso fondi europei) su come diventare società benefit, cioè imprese che oltre al profitto hanno anche come finalità quella di fare del bene. «Offriamo un’analisi e un assessment, cioè la verifica dei fondamentali per il riconoscimento di Società Benefit». Il risultato? Cinque hanno cominciato l’iter, altre cinque lo faranno. A giugno dovrebbero essere certificate e daranno vita alla prima business community di Società Benefit in Italia.

Prima a raggiungere il traguardo sarà la trevigiana Mida, che gestisce negozi di abbigliamento scegliendo marchi animai free e sostiene iniziative sociali che diverrà una Società Benefit. A seguire, si certificheranno la cartotecnica vicentina Arbos, che ha improntato la produzione al riciclo e alla sostenibilità; la cantina Cielo e Terra di Montorso Vicentino, che lavora riducendo l’impatto ambientale e sostiene progetti solidali; la cooperativa calzaturiera padovana Solidalia, che costruisce inclusione sociale inserendo persone fragili e disoccupati.

E ancora Service Vending, attiva nella distribuzione automatica con la scelta esclusiva di prodotti bio ed equosolidali. E le altre venti? «Hanno ricevuto assistenza e formazione, è stata indicatala strada e disambiguato il concetto di impatto sociale: abbiamo dato un aiuto a fare il passaggio ulteriore per uscire dai vago del discorsi e fissare il contenitore», conclude Panozzo.

di Fausta Chiesa

da BuoneNotizie – L’impresa del bene – Corriere della Sera del 12 marzo 2019)

 

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