Secondo me

Ho letto con attenzione una ricerca (seria) che ha chiesto agli italiani cosa ne pensano dell’Agenda 2030 dell’ONU. Il 27% dice di averne sentito parlare, mentre, approfondendo il discorso, la conoscenza certificata non supera il 5%.

La cosa mi ha fatto riflettere, ma non mi ha stupito. Sono convinto che, anche se questo è il momento, il parlare che se ne fa non sia sufficientemente “ficcante” e spesso rischi di fermarsi al bla, bla, bla.

Per essere supportato in questa affermazione mi sono dato da fare e ho realizzato una mia personale ricerca che si basa su quattro interviste. Eccole.

Prima intervista. Ho di fianco a me un collega con cui ho assisto, in un tempio della sostenibilità, a una presentazione preceduta da un piccolo documentario, realizzato da una notissima impresa internazionale. Deve esser stato girato da un regista da premio Oscar. Le immagini sono bellissime, la musica potrebbe essere di Morricone, senza commento parlato. Si vedono fondali marini, pesci esotici, varie forme sommerse. Cambia la scena e sembra (dico “sembra”) che un qualche marchingegno vada a interferire con la pace subacquea. Cambia ancora la scena e ci troviamo in una modernissima fabbrica che lavora un materiale non riconoscibile. Con qualche altro ardito passaggio si arriva a vedere in primo piano il prodotto ottenuto.

Ci guardiamo negli occhi, il mio collega e io. Non abbiamo capito. Ci diamo l’atteggiamento di chi ha capito e apprezzato. Ma solo dopo essere usciti e aver discusso a lungo crediamo di aver colto il messaggio: dal riciclo dei rifiuti si può ottenere un nuovo prodotto. Sì, ma che fatica!

Si può sostenere, dando un minimo di fiducia ai nostri due cervelli, che il messaggio non fosse di comprensione immediata.

Seconda intervista. Il discorso “green” parte da lontano. «Sono ormai parecchi anni che se ne sta parlando – mi dice un amico – e all’inizio c’era anche un certo fervore e una evidente condivisione. Ma poi il “verde” è diventato argomento onnipresente. A proposito e a sproposito. La realtà evidenziava che poco si faceva e tanto si diceva. Troppo».

E il troppo stroppia.

Terza intervista. Questa intervista l’ho fatta a me stesso. Mi sono posto davanti allo specchio e mi sono chiesto se avessi capito perché l’olio di palma fosse stato messo al bando.

Tanto che molti produttori si sono affrettati a scrivere con grande evidenza sulle confezioni “senza olio di palma”, e nella pubblicità si vantavano di produrre “senza olio di palma”. Io di fronte a tanto clamore mi “ero fatto persuaso” (come direbbe Il commissario Montalbano) che l’olio di palma fosse velenoso o almeno con alte caratteristiche di criticità per l’organismo.

Solo dopo un po’ mi è stato spiegato che la motivazione dell’ostracismo all’olio di palma era legato all’abbattimento delle palme, alla deforestazione, al ripopolamento con altre coltivazioni non accettate dalle popolazioni indigene.

Va bene, forse io sarò distratto, ma non credo di cercarmi una giustificazione quando richiedo un messaggio un po’ più chiaro.

Quarta (e ultima) intervista. Oggi della sostenibilità parlano tutti. Ancora una volta – mi fa notare anche il mio interlocutore – un po’ troppo. Ma c’è di più. Molti vantano di essere seguaci della sostenibilità e di realizzare prodotti sostenibili. E lo dichiarano a gran voce. Peccato che spesso dimentichino di spiegarci in cosa e perché il prodotto sia sostenibile. Per cui sembra che si facciano vanto di una cosa solo a parole. Parole non sostenute dai fatti.

E quindi l’impressione che si rischia di ricavarne è che il messaggio rientri tra quelli “furbetti” che rischiano poi di volgersi velocemente in negativo.

Sì, mi rendo conto che questo mio sondaggio non ha grosse possibilità di essere considerato esaustivo. Però mi ha consentito di raccogliere considerazioni che già pascolavano nella mia mente.

E che mi fanno pensare che sia proprio così: la conoscenza certificata, tra di noi, non supera il 5%.

Ma subito dopo questa riflessione nasce una domanda: perché?

E allora mi viene da dire che, se la comunicazione si basa su:

  • difficoltà di comprensione immediata
  • essere “troppa”, eccessiva
  • non contenere messaggi chiari
  • apparire furbetta

se questa è la comunicazione, c’è ampio spazio di miglioramento.

E certo val la pena di riempirlo al più presto!

 di Ugo Canonici

(da CSRoggi Magazine, anno 5, n.1, Febbraio/Marzo 2020, pag. 34)

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