Bilanci Sociali: senza controllo quanto sono affidabili?

È un bene che il bilancio sociale sia diventato obbligatorio per molte realtà economiche e produttive. È la dimostrazione che anche in Italia può capitare che il legislatore invece di andare al traino dell’opinione pubblica, il peggiore dei mali che possa accadere, si rivesta del suo ruolo di guida, per certi versi di “educatore”.

Un termine, quello di “educatore”, che non vuole richiamare le figure antiche di maestri intransigenti pronti a usare la bacchetta nerboruta sulle nocche e sulla schiena degli scolari meno ubbidienti. Tutt’altro: il compito del legislatore dovrebbe essere quello di tracciare solchi ben definiti, nei quali i cittadini possano seminare bene, in modo costruttivo, condiviso e soprattutto rispettoso della comunità in cui vivono.

Ecco, l’idea di rendere obbligatoria la compilazione del bilancio sociale risponde proprio a questa esigenza. Alcune menti illuminate, che hanno saputo guardare oltre confine senza pregiudizi e stupidi localismi, si sono già da tempo rese conto di quale importanza abbia l’applicazione pratica di concetti come solidarietà sociale, responsabilità d’impresa, sostenibilità.

Molti manager hanno compreso e fatto loro fin da subito – ormai da anni, in alcuni casi decenni – la portata rivoluzionaria di questo nuovo modo di pensare alla produzione, spesso ben supportati da proprietari o direttori generali illuminati. Altri invece sono rimasti al palo, per poca attenzione, egoismo, paura di perdere privilegi conquistati nei secoli sulla pelle di altri, spesso anche per ignoranza.

Ora tutto sarà più limpido, trasparente. Il bilancio sociale permette di abbattere i muri della propria azienda sostituendoli con ideali vetri. Sembra, questo, essere lo strumento che più di ogni altro permette di scoprire se un’azienda è animata da uno spirito solidale, se è rispettosa verso le persone e verso l’ambiente, se oltre al guadagno economico ha tra i suoi obiettivi anche lo sviluppo del contesto sociale in cui è inserita.

È tutto molto bello, sì. Ma senza voler apparire troppo pessimisti, non bisogna dimenticare che ogni strumento può essere più o meno valido a seconda del modo in cui lo si utilizza.

Ci sono mille modi per rendere un bilancio sociale uno strumento inutile, se non addirittura pericoloso per la società. Si usa male il bilancio sociale se lo si fa solo perché si è obbligati, se lo si considera uno strumento di comunicazione interna o esterna come tanti altri, se lo si scrive in modo noioso e illeggibile, se si usano i dati raccolti solo per dimostrare che si è bravi, se si occultano i dati che dimostrano che si è meno bravi. E soprattutto se si scrive volutamente il falso, tanto poi chi vuoi che venga a controllare…

Non nascondiamocelo, nel nostro Paese corruzione, prepotenza, ignoranza, maleducazione, supposta furbizia la fanno spesso da padrone. Perché l’ambito dei bilanci sociali dovrebbero esserne esente? Per un’azienda onesta, corretta, responsabile ce n’è probabilmente un’altra pronta a divulgare, per qualche sporco guadagno in più, informazioni false e capaci di nascondere in modo efficace la realtà.

In questo preciso momento storico, qui da noi – dove c’è gente che riesce a convincere le persone che non c’è mai stato alcuno sbarco sulla luna, che i vaccini fanno male, che le scie chimiche sono alla base di ogni problema – sembra essere più facile che altrove trasformare uno strumento di onestà in una nuova opportunità di imbroglio.

Il fatto è che, senza entrare nel campo dell’illecito, non abbiamo ancora trovato un bilancio sociale che ammetta qualche insuccesso o una scarsa attenzione alla sostenibilità. Per questo serve qualcuno che verifichi e certifichi, come accade per i bilanci di natura economica, la validità dei bilanci sociali. Chi opera oggi questi controlli? Nessuno. La vigilanza degli stakeholder o dei singoli consumatori non può essere sufficiente, difficile far emergere flebili voci quando ci si trova a contrastare colossi che spesso controllano i mondi politici, culturali, informativi.

Non vorremmo che, come spesso succede in Italia, la rivoluzione annunciata sia destinata a trasformarsi nella solita, triste, operetta all’italiana. Chi ne ha il potere – politici, amministratori, federazioni, confederazioni, fondazioni, associazioni, giornalisti… -vigili con attenzione, perché questo strumento di opportunità non si trasformi in breve tempo nel solito strumento di opportunismo.

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