Aiutare i più deboli, un dovere fondamentale

«L’Ordine degli avvocati di Milano rende buoni servizi agli iscritti – spiega Remo Danovi, presidente dal 2015 – ma soprattutto è impegnato con educazione alla legalità, formazione e giurisdizione forense. E il Bilancio sociale ci aiuta a capire dove possiamo migliorare».

Remo Danovi, avvocato, è considerato il padre della deontologia forense in Italia. L’ha insegnata a lungo nella facoltà di Giurisprudenza della Statale di Milano, ed è l’autore del primo Codice deontologico degli avvocati, alla fine degli anni ’90, quando la legge ancora non lo prevedeva. Per 13 anni al Consiglio nazionale forense, lo ha presieduto dal 2002 al 2004. Autore di numerosi saggi e testi sulla professione, nel 2015 ha accettato di “tornare in campo” e candidarsi al Consiglio dell’Ordine degli avvocati, che lo ha eletto presidente. D’intesa con il Consiglio ha potenziato la funzione sociale dell’Ordine, e nel 2017 ha pubblicato il primo Bilancio sociale per dare conto delle attività svolte nel biennio precedente. Nel 2018 il primo Codice dei diritti degli indifesi.

Che cosa vi ha spinti a fare un bilancio sociale?
«Da almeno dieci anni l’Ordine, d’intesa con il Comune di Milano e poi, in alcuni ambiti, con la Regione Lombardia, presta servizi sul territorio rivolti in particolare alle fasce più deboli della popolazione. Dal 2013 questa “funzione sociale” degli ordini degli avvocati è riconosciuta dalla nuova legge professionale, che prevede anche l’apertura di “sportelli per il cittadino”, di informazione e orientamento gratuito, in tutti i tribunali: ciò che Milano fa appunto da tempo, e in misura ben più ampia e ramificata. Per dare conto di queste iniziative abbiamo pensato di redigere un bilancio sociale su tutte le attività svolte dall’Ordine, istituzionali e volontarie».

Come l’avete predisposto?
«La premessa è che non dovesse trattarsi di una relazione autoreferenziale, in cui specchiarsi e magari compiacersi per le attività svolte. L’obiettivo è a un tempo più modesto e più ambizioso. Modesto, nel senso dell’umiltà di sottoporsi a un giudizio e di offrire un rendiconto. Presuppone trasparenza e disponibilità alla rendicontazione e alla responsabilità, cioè alla accountability, che contiene significati più ampi della parola italiana che traduce. La condizione per soddisfare questo requisito è che il bilancio sociale non sia redatto all’interno. Perciò lo abbiamo affidato alla School of Management della Sda Bocconi, a un gruppo che fa capo al professor Giovanni Valotti, ordinario di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche nel prestigioso ateneo milanese. Perciò il bilancio ha non soltanto la funzione di sottoporsi al giudizio esterno, e non dei soli avvocati iscritti all’Ordine, ma la sua stessa modalità di redazione – in stretta collaborazione tra lo staff accademico e i consiglieri, il dirigente, i collaboratori dell’Ordine – è stata un’occasione di riflessione e di confronto, che ci ha dato maggiore consapevolezza delle cose fatte, di quelle da migliorare e di quelle ancora da fare e progettare. Questa è l’ambizione».

Remo Danovi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano

Quale comunicazione volete dare attraverso il vostro bilancio? Chi sono i vostri stakeholder interessati a leggerlo?
«L’Ordine è un ente pubblico non economico, al quale gli avvocati che esercitano nel territorio del tribunale di Milano devono essere obbligatoriamente iscritti, come avviene in tutti gli ordini professionali. Milano dopo Roma è il più grande ordine d’Italia, con 19mila professionisti, oltre a 5mila praticanti. Il rapporto con gli iscritti, i doveri dell’Ordine nei loro confronti, gli obblighi degli avvocati verso l’istituzione e gli assistiti, sotto la vigilanza dell’ordine, sono stabiliti dalla legge. Noi vogliamo andare oltre: non solo rendere i servizi consueti agli iscritti, ma offrire loro mezzi e opportunità, come il processo civile telematico; oppure indicare prospettive, come la tutela della legalità e del territorio. Poi vi è il sistema giustizia, vi sono le altre istituzioni, la scuola, la comunità, fatta di cittadini italiani o stranieri, adulti e minori, vittime di violenza o di cyberbullismo.

Numerose persone retribuite dall’Ordine sono messe a disposizione degli uffici giudiziari per assicurare servizi e funzionalità alle cancellerie, che altrimenti soffocherebbero per le ben note carenze di risorse e di personale. D’intesa con il comune di Milano, ancora, 300 avvocati volontari prestano consulenze gratuite di primo orientamento nei nove municipi, e così in molti comuni della città metropolitana e nelle carceri, non per la difesa dei detenuti ma per aiutarli nei molti problemi aggravati dalla restrizione della libertà: dalla famiglia al condominio, al mutuo in corso, alla previdenza… In alcune decine di scuole svolgiamo minicorsi di educazione alla legalità, sulle regole fondamentali della convivenza, i diritti e i doveri costituzionali, le garanzie e le regole fondamentali del processo penale.

Con Regione Lombardia organizziamo corsi di formazione per gli sportelli specializzati sulla violenza di genere e il cyberbullismo: ambiti delicati, nei quali la preparazione giuridica è fondamentale ma non sufficiente. Il bilancio sociale comunica tutto questo, e soprattutto consente a tutti di percepire la direzione. A cominciare dal personale dell’Ordine: decine di persone che devono essere consapevoli dell’insieme di attività, non solo dei compiti specifici a loro affidati».

Quale forma avete scelto per il vostro bilancio: cartacea o elettronica? Avete in programma incontri per presentarlo pubblicamente?
«Entrambe, anche se la prima tiratura è ormai esaurita. Il bilancio è leggibile e scaricabile dal sito dell’Ordine e tutti gli iscritti ne hanno avuto notizia attraverso la newsletter inviata agli avvocati e le news pubblicate sullo stesso sito. In aprile si è svolta la presentazione pubblica, nel corso di un convegno con magistrati, amministratori locali, educatori e molti avvocati, naturalmente. Abbiamo poi svolto dei focus group, dedicati a magistrati, giovani avvocati, avvocati senior, insegnanti».

Che cosa avete scoperto del vostro Ordine grazie al bilancio?
«La molteplicità delle iniziative e la coerenza del fine perseguito. Fare tante cose non significa che tutte siano fatte bene, e molte possono essere migliorate. Ma significa mettere insieme tasselli importanti di una funzione essenziale, come la giustizia, dalla quale dipende in larga misura la convivenza civile. Senza la giustizia, e senza la difesa professionale, vincerebbe l’arbitrio e sarebbe esaltata la conflittualità permanente. In prospettiva il vero obiettivo non è quello di alimentare il contenzioso in modo tec nicamente eccellente, ma di prevenirlo e ridurlo.

Gli avvocati oggi, anche sul piano normativo, con la mediazione, la conciliazione e la negoziazione assistita, possono definire qualsiasi lite o contrasto, con il valore di sentenza e perfino incidendo sullo status delle persone. Non vi è nessun motivo, se esiste la buona volontà delle parti e la capacità degli avvocati di assisterle e orientarle, per non trovare in breve tempo la soluzione giusta, senza doverla affidare al giudice e imbarcarsi in una vertenza infinita, prima di merito, poi di legittimità, fino all’incerta fase dell’esecuzione.

La quota di “ragione” alla quale si rinuncia (o si crede di rinunciare, quando non si voglia considerare la “ragione” dell’altro) è largamente compensata dalla riduzione dei tempi e anche dei costi. Questo sarà il maggior contributo che potrà essere dato dagli avvocati alla buona convivenza e alla pacificazione sociale».

Quali sono le linee guida alla base della sua governance dell’Ordine?
«Quando tre anni fa ho accettato la proposta di candidarmi e guidare una lista di avvocati giovani, per contribuire al rinnovamento del Consiglio, ho indicato alcuni obiettivi programmatici. Continuare a fare bene l’attività istituzionale dell’Ordine, rendendola sempre più efficiente, assicurando i servizi tradizionali (tenuta degli albi, liquidazione delle parcelle, redazione dei pareri) ma al contempo consentendo l’impegno su tre filoni di attività: formazione, educazione alla legalità, giurisdizione forense.

Sono i tre pannelli che ho appeso alle pareti del mio ufficio all’Ordine, per ricordare quotidianamente il percorso e il risultato da raggiungere: in queste tre direzioni sono molteplici i mezzi utilizzati, dalle convenzioni con le università al potenziamento degli sportelli nei municipi e alle nuove aperture in molti comuni della Città Metropolitana; alla presenza nelle carceri e nelle scuole, ai protocolli per la difesa dell’ambiente, alle linee guida per la semplificazione dell’attività giudiziaria. Tutto rendicontato nel bilancio sociale».

Quali punti hanno richiesto più attenzione nella gestione dell’Ordine?
«Sul piano sostanziale, abbiamo cercato di assicurare l’efficienza e la rapidità dei servizi, che d’altra parte sono sempre stati una costante positiva dell’Ordine. Sul piano formale, abbiamo voluto assicurare certezza e trasparenza. Basti dire che da due anni il nostro bilancio, oltre a essere controllato dal collegio dei revisori istituito dalla riforma professionale e nominato dal presidente del tribunale, è sottoposto, su mia proposta adottata dal Consiglio, a certificazione volontaria da parte di una primaria società di revisione. Questo ha contribuito a una migliore classificazione delle voci e leggibilità del bilancio, ormai prossimo a 7 milioni di euro, anche attraverso l’assoluta trasparenza delle procedure. E per il sostegno agli uffici giudiziari, che da solo vale oltre un milione di euro (il 18% del totale, anche se in prospettiva è una voce destinata a ridursi), abbiamo bandito una gara europea, credo per la prima volta in Italia da parte di un ordine forense».

Avete mai fatto delle indagini di customer satisfaction tra gli iscritti all’Ordine?
«In modo sistematico no, ma consideriamo tali i focus group organizzati sul bilancio sociale, di cui ho parlato prima e che hanno dato risultati positivi».

Quali obiettivi avete per il futuro? Quali progetti avete in atto e quali intendete attuare?
«Proseguire e migliorare quanto facciamo. Ma anche stabilizzare le iniziative in un progetto organico che ho indicato come Casa dell’avvocatura, un luogo fisico di incontro e di confronto, di prestazione di servizi anche materiali. La Casa dell’avvocatura è una consuetudine in gran parte degli ordini forensi, all’estero. Non vi è motivo perché non sia così anche a Milano, per dare anche un luogo fisico di appartenenza a una coscienza comune».

Che cosa l’ha maggiormente soddisfatta nella sua gestione dell’Ordine e che cosa non farebbe più nel futuro prossimo?
«Nel 2016 il Comune di Milano ha attribuito all’Ordine degli avvocati l’Attestato di benemerenza civica, l’Ambrogino conferito nella cerimonia del 7 dicembre. È stato il riconoscimento della nostra funzione sociale nei confronti della città, e abbiamo l’orgoglio di essere il primo e finora unico ordine professionale ad averlo ricevuto. Ciò anche per il contributo dato dall’avvocatura milanese a Expo 2015, con il pieno e universale riconoscimento del diritto al cibo e alla nutrizione, intesi come diritto fondamentale della persona, per la sua dignità e libertà: un contributo che si è concretizzato con il Manifesto dell’Avvocatura, che abbiamo redatto ed è stato condiviso e sottoscritto da tutti gli avvocati italiani e stranieri.

Quest’anno abbiamo voluto dedicare noi un’attenzione particolare ai più deboli e abbiamo curato il Codice dei diritti degli indifesi, che raccoglie una normativa ampia e molto frammentata sui minori, le disabilità e la violenza di genere. Quanto al futuro, che è ormai vicino, penso all’Ordine e alla sua collegialità, e nutro la speranza che tutto possa coralmente proseguire. Sulle cose da non fare più, mi permetta di concludere in modo giocoso: lo scorso anno ho inaugurato la sezione scacchistica e ho perso la prima partita con il Grande Maestro. Nel prossimo torneo vorrei almeno pareggiare!».

di Carlo Rho

(da CSRoggi Magazine, anno 3, n.1, Gennaio 2018, pag. 11)

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