Agenda 2030 e obiettivi di sviluppo sostenibile, dobbiamo muoverci!

Enrico Giovannini è il fondatore e portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), la rete di soggetti della società civile italiana che si occupano di aspetti specifici ricompresi negli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs nell’acronimo inglese).

Professor Giovannini, quali sono gli obiettivi principali di ASviS e soprattutto quali soggetti ne fanno parte e con quali ruoli specifici?

«Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile è cresciuta moltissimo, oggi sono più di 200 i soggetti che ne fanno parte. Andiamo dal mondo imprenditoriale alle grandi associazioni imprenditoriali ai sindacati, alle associazioni ambientaliste, Terzo settore, le Università, le città, le Regioni, tante fondazioni… Insomma, è la più grande alleanza della società italiana mai realizzata nel nostro Paese e forse anche all’estero. Le attività di ASviS sono molto variegate, tutte però realizzate intorno all’idea di spingere all’attuazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Quindi ci occupiamo anzitutto di educazione allo sviluppo sostenibile. Per questo siamo entrati in tantissime scuole, il nostro corso di e-learning è stato messo a disposizione di tutti i docenti italiani gratuitamente. Insieme alle Università abbiamo creato la rete per lo sviluppo sostenibile che riunisce quasi 60 atenei. Il secondo ambito è quello dell’analisi statistica della situazione italiana ed europea rispetto agli SDGs. Abbiamo sviluppato indicatori statistici per riuscire a capire meglio cosa stia facendo l’Italia. Si tratta di indicatori sintetici, uno per ogni goal, che ci permettono di capire quali settori migliorano e quali peggiorano. La stessa cosa l’abbiamo fatta per l’Europa, abbiamo lavorato insieme ad alcune fondazioni per sviluppare modelli con cui fare la simulazione delle politiche».

Questi sono i primi due ambiti di attività di ASviS. Quali sono gli altri?

«Un terzo aspetto riguarda ovviamente l’advocacy, la mobilitazione della società attraverso i nostri siti, la newsletter, ma soprattutto il Festival dello Sviluppo Sostenibile che l’anno scorso ha contato 220 eventi e quest’anno oltre 700 in tutta Italia. Una risposta straordinaria che ha veramente mobilitato tantissimi, grazie al quale siamo andati sui treni, nelle stazioni, negli aeroporti, negli stadi di calcio. Con l’intento di far conoscere l’Agenda 2030 e riuscire dunque poi a coinvolgere sempre più persone. L’ultima area di intervento è quella del disegno delle politiche. È forse la sfida più grande perché all’interno di ASviS ci sono tanti soggetti che hanno punti di vista diversi. Ed è per questo che gruppi di lavoro relativi a diversi temi, cui partecipano più di 300 esperti delle varie associazioni, lavorano nel corso dell’anno per tenere sotto monitoraggio quello che accade anche in termini di nuova legislazione e così via. Un lavoro che pubblichiamo sul nostro rapporto annuale, che è stato pubblicato a inizio ottobre e che è la sintesi veramente condivisa di tutti questi soggetti».

Parliamo della situazione nel nostro Paese. C’è, oggi, sensibilità dal punto di vista politico in relazione agli obiettivi di sviluppo sostenibile?

«Siamo riusciti, con il governo precedente, a fare passi in avanti importanti, a spingere per l’adozione della strategia per lo sviluppo sostenibile a ottobre dell’anno scorso. Siamo riusciti a convincere l’ex presidente del consiglio Gentiloni a emanare una direttiva che ha spostato a Palazzo Chigi il monitoraggio e la gestione politica delle politiche per l’agenda 2030. Il passaggio di queste competenze dal Ministero dell’Ambiente alla Presidenza del Consiglio è un fatto storico, perché ci consente di superare l’idea che lo sviluppo sostenibile sia una questione meramente ambientale. Poi ci sono state le elezioni e quindi adesso stiamo chiedendo al nuovo governo di proseguire. Prima delle elezioni abbiamo proposto un appello fondato su dieci punti a tutte le forze politiche – che è stato sottoscritto da tutti eccetto che da Lega e Fratelli d’Italia – che prevedevano una serie di iniziative su cui incalzeremo non solo il governo, ma anche le forze politiche, quindi il Parlamento. Siamo molto lieti che ad esempio alla Camera sia nato l’Intergruppo parlamentare sullo sviluppo sostenibile, era una delle proposte che avevamo avanzato… vedremo questa nuova legislatura come evolverà».

Ci può definire il concetto di “Sviluppo sostenibile” con poche parole?

«La definizione condivisa a livello internazionale è: uno sviluppo che consente alle generazione attuali di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle future generazioni di fare altrettanto. Quindi è una sostenibilità non solo ambientale ma anche economica, sociale e istituzionale, che sono i quattro pilastri dello sviluppo sostenibile».

Qual è il ruolo dei cittadini e, nel caso specifico, del Terzo settore, categorie interessate direttamente ma che a volte sembrano restare un po’ in disparte nei processi di cambiamento?

«Per passare su un sentiero di sviluppo sostenibile, come ho provato ad argomentare nel libro “L’utopia sostenibile” pubblicato qualche mese fa, servono tre cose. La tecnologia, perché senza un salto tecnologico non riusciremo a evitare di danneggiare l’ambiente o a dare energia a tutti a costi ragionevoli; la governance, cioè un modo diverso di gestire i processi sia nelle imprese, sia nel mondo sociale, sia in quello pubblico oltre che a livello sovranazionale, perché i problemi non si risolvono a livello nazionale; il cambiamento di mentalità, che riguarda tutti noi come cittadini e come operatori economici, come elettori, come soggetti che vivono in una società complessa».

È più facile che il cambiamento si riesca a fare partendo dal basso o partendo dall’alto?

«Servono tutti e due. Sottolineando che con “alto” non si deve intendere tanto la legislazione, quanto la leadership culturale: se i leader culturali, politici non parlano mai di certe cose i messaggi non passano. Quindi servono ambedue. L’educazione è fondamentale, ma poi serve anche la scelta degli individui di parlare di una cosa piuttosto che di un’altra. Anche la scuola poi è importantissima, crea il substrato di una nuova generazione, che già si fa notare per avere un approccio diverso ai problemi. Nel frattempo, però, chi è al potere deve accelerare perché non abbiamo decine di anni per risolvere il problema, abbiamo tempi molto stretti, abbiamo bisogno che i leader di oggi prendano decisioni per cambiare in fretta le cose».

Il futuro lei come lo vede? Con ottimismo?

«A dire il vero sono molto preoccupato. Se non lo fossi non avrei creato l’Alleanza. Sono convinto che i rischi di sostenibilità siano un problema non solo italiano, stiamo vedendo sempre più spesso che cosa l’insostenibilità sociale possa determinare anche in Paesi molto avanzati come quelli europei. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: instabilità politica e istituzionale, cambiamenti climatici, distruzione dell’ambiente, tutte situazioni che stanno generando disastri. Pensiamo al mezzo milione di morti che ogni anno abbiamo in Europa per malattie legate all’inquinamento, di cui 60mila in Italia. Oppure pensiamo ai tassi sempre più alti di disoccupazione o ancora alla povertà che continua a crescere nonostante la ripresa economica… Purtroppo si stanno avverando in pieno le previsioni fatte nel 1972 dal Club di Roma relative al rischio enorme del crollo del nostro sistema. E d’altra parte, con l’Agenda 2030 i grandi della terra hanno riconosciuto che questo, esattamente, stia avvenendo. Per questo non si può non essere preoccupati».

di Luca Palestra

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