“Estranei che esprimono giudizi sulla nostra salute”. In queste parole di Bolsonaro sull’Oms c’è quasi tutto della nostra epoca: il sovranismo, la diffidenza per ogni forma di autorevolezza scientifica (anche per questo l’ambiente è l’ultimo dei problemi in agenda) il progressivo disfarsi di quello che chiamerei l’associazionismo delle Nazioni, nelle forme che si erano date per rimediare alle catastrofi belliche del Novecento.

Le Nazioni Unite, l’Oms, le istituzioni monetarie, le autorità sovranazionali, l’Unione europea, tutto ciò che cerca (faticosamente) di inquadrare il caos dei popoli in qualcosa che assomiglia un minimo comune denominatore accettabile ovunque viene rifiutato dai nuovi duci nazionalisti come «intrusione di estranei». Reggono solo, per adesso, le alleanze militari, anche perché sostenute dall’immane business degli armamenti.

La riflessione di Michele Serra su La Repubblica tocca un tema cruciale. È possibile raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 senza una adeguata capacità di governo internazionale? Più volte in questi commenti abbiamo sottolineato l’importanza dell’Unione europea, sia per il suo ruolo nell’aiutare i Paesi membri (e soprattutto i più colpiti come l’Italia) a uscire dalla grave crisi provocata dalla pandemia, sia per le sue responsabilità nel contesto globale, su temi come il clima e la cooperazione internazionale. L’impegno della Commissione von der Leyen e i suoi programmi improntati all’Agenda 2030 ci fanno sperare che l’Europa si avvii a un futuro di maggiore coesione e di maggiore impegno per un futuro sostenibile.

Ma che dire delle Nazioni unite, che sono il perno di tutto il sistema di agenzie e organizzazioni internazionali sul quale deve costruirsi la governance globale? L’annuncio di Jair Bolsonaro e di Donald Trump di voler uscire dalla Organizzazione mondiale della sanità è un’ulteriore crepa in un sistema che in questi anni, nonostante l’impegno globale sull’Agenda 2030 dichiarato cinque anni fa da tutti gli Stati del mondo e ribadito nel settembre scorso con la “Decade for action” proclamata dal Segretario generale dell’Onu António Guterres,  ha mostrato molti punti di debolezza: la World trade organization è stata messa in crisi dal ritorno al protezionismo e la stessa Onu rischia la paralisi per la difficoltà di raggiungere decisioni condivise e le ristrettezze finanziarie che impediscono un impegno adeguato sui teatri di crisi.

Dobbiamo dunque chiederci: qual è il futuro dell’Onu? Bisogna segnalare che l’iniziativa di interrogarsi su se stessi proviene dalla stesso Palazzo di vetro di New York, in occasione del 75mo anniversario della organizzazione. Nel pieno della crisi da Covid, le Nazioni unite hanno lanciato la campagna Un75uno sforzo ambizioso per raccogliere dal basso priorità e soluzioni per il futuro. Un’indagine di un minuto,  su www.un75.online, è alla base dell’iniziativa, perché si propone di dar voce alla gente. Il sondaggio chiede a tutti di condividere le loro priorità per la ripresa dalla pandemia e di immaginare il futuro che vogliono. I risultati saranno presentati ai leader mondiali a settembre, nel corso della celebrazione ufficiale dei 75 anni dell’Onu.

Tra le domande del questionario, ce ne sono alcune che guardano molto avanti. Per esempio: “Pensando al mondo tra 25 anni, quali sono le tre cose più importanti che vorresti veder realizzate?”, con varie opzioni, da una maggiore uguaglianza tra le nazioni a una migliore protezione ambientale, ma anche con la possibilità di risposte aperte. E anche “Quali saranno le tre tendenze globali che influenzeranno maggiormente il nostro futuro”, anche qui con varie risposte dalle migrazioni forzate al cambiamento climatico e con la possibilità di ulteriori integrazioni.

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